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TRA L’ALTARE E LE FERITE DEL MONDO: LA DIOCESI RENDE GRAZIE PER I DIECI ANNI DI MINISTERO DIACONALE

Nella parrocchia di San Francesco di Paola a Sulmona, una partecipata celebrazione presieduta dal Vescovo Fusco per il decennale di Gianni Cruciani, Rosario D’Amico, Gildo Di Marco e Antonio Filippi. Un forte richiamo pastorale a custodire l’intimità con Cristo per essere tessitori di unità.

Il diaconato permanente non è un mero surrogato del ministero presbiterale, né una funzione puramente logistica e organizzativa, ma la visibile incarnazione di una Chiesa chiamata a farsi serva, ponendosi esattamente su quel delicato crinale che unisce il mistero insondabile dell’altare alla polvere della strada. È con questa vibrante e luminosa consapevolezza che la comunità diocesana di Sulmona-Valva si è stretta, in un clima di commossa fraternità, attorno a Gianni Cruciani, Rosario D’Amico, Gildo Colecchia e Antonio Filippi, per celebrare insieme a loro il decimo anniversario di ordinazione diaconale.

La solenne liturgia di ringraziamento, ospitata nell’accogliente navata della parrocchia di San Francesco di Paola guidata dal parroco don Cristian, è stata presieduta dal Vescovo diocesano, Mons. Michele Fusco. Una celebrazione che ha visto, prima di tutto, la lieta e indispensabile presenza delle mogli e di alcuni figli dei festeggiati: segno di quella vocazione sponsale che nel diaconato permanente non viene affatto eclissata, ma trasfigurata e dilatata in una paternità spirituale offerta al servizio di tutto il Popolo di Dio, anch’esso accorso numeroso per pregare in comunione d’intenti. Ad arricchire questa ideale koinonia del servizio, va registrata la presenza significativa sia delle nuove leve del ministero – i novelli diaconi Nicola Scarnecchia e Antonello Ferreri – sia della saggezza dell’esperienza, incarnata dal veterano Pietro Conforti (con un pensiero colmo di gratitudine per Riccardo Rucci), a mirabile testimonianza di un cammino ininterrotto che lo Spirito continua a fecondare nella nostra Chiesa locale.

Ma è stata la profonda e articolata riflessione offerta dal Vescovo durante l’omelia a conferire a questa ricorrenza il suo reale peso specifico, rifuggendo con decisione ogni sterile retorica celebrativa per consegnare al clero e all’assemblea tre limpidi fari d’orientamento: fede, servizio e unità. Ricollegandosi alle letture della liturgia odierna, il presule ha ricordato che ogni anniversario reca con sé un rischio insidioso, ossia quello di trasformare il “sì” originario in un’abitudine. «Si può servire all’altare e, nello stesso tempo, perdere l’entusiasmo degli inizi», ha ammonito il Vescovo, richiamando la suggestiva e tremenda immagine evangelica della casa “spazzata e adorna”. Non basta garantire l’efficienza esteriore del proprio incarico, non è sufficiente svolgere liturgie impeccabili o godere della stima pubblica; se la casa interiore viene svuotata della grazia, diventa facile preda delle lusinghe mondane. L’unico antidoto, ha sottolineato con forza Mons. Fusco, risiede nel custodire tenacemente l’intimità con Gesù, affinché il ministero non degradi a ruolo funzionale: «Prima di proclamare la Parola, lasciate che la Parola parli alla vostra vita».

Il secondo snodo teologico si è concentrato sulla declinazione spaziale della diaconia. Il diacono, ha ricordato il Vescovo, è per vocazione l’uomo della prossimità, chiamato a far sì che «la fede celebrata sull’altare diventi carità nella vita». Un’Eucaristia che non ha il diritto di fermarsi sulla soglia del tempio, ma che deve inesorabilmente giungere a toccare la carne dei poveri, degli anziani, degli ammalati e dei lontani, trasformando la perenne domanda esistenziale – “Chi posso servire oggi?” – in un assiduo e pungente esame di coscienza.

In questo farsi prossimo si innesta il terzo, cruciale mandato per la Chiesa di oggi: quello dell’unità. In un tessuto sociale sempre più frammentato e percorso da tensioni, la perentoria affermazione di Cristo («Chi non raccoglie con me, disperde») diviene per i diaconi la feconda esortazione a combattere la seduzione del pregiudizio, dell’esclusione e delle parole dure. Il loro servizio diventa allora «prezioso alla comunità perché essa resti unita», per edificare una casa domestica in cui «nessuno deve sentirsi solo».

 

Al termine dell’intensa celebrazione, la comunione spirituale si è naturalmente tradotta in un gioioso momento di fraternità, in cui i festeggiati si sono ritrovati insieme ai confratelli e alla comunità per condividere il calore dell’amicizia e della gratitudine. Un momento conviviale che ha plasticamente confermato l’auspicio e la preghiera conclusiva rivolta dal Vescovo a questi quattro uomini, alle loro coraggiose famiglie e, in fondo, a ciascuno di noi: continuare a rinnovare ogni giorno, mettendosi alla scuola di Maria, «Signore, eccomi: rendimi tuo servo, perché attraverso di me qualcuno possa incontrare Te».

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