PRATOLA PELIGNA – Santuario Madonna della Libera
Secondo la tradizione popolare, nel 1550 a Pratola c’era una formidabile pestilenza che faceva strage della popolazione. Uno degli abitanti, di nome Fortunato, per evitare la morte per contagio si rifugiò tra i ruderi di una cappella diruta sita nel borgo rurale. Mentre dormiva ebbe la visione della Vergine che gli si rivolgeva invitandolo a tornare senza timore nel paese, poiché la terribile epidemia era passata. Svegliatosi immediatamente, Fortunato si sentì osservato da un occhio visibile sotto le macerie; pur se timoroso, scavò e trovò un quadro della Madonna, vestita proprio come gli era apparsa nel sogno. I paesani, informati, gridarono subito al miracolo e trasportarono l’immagine santa nel paese su un carro tirato da sette paia di buoi. Ad un certo punto, però, gli animali si fermarono e nono vollero andare più avanti; i fedeli capirono il segno della Madonna e costruirono la chiesa dedicata alla Vergine della Libera proprio in quel sito. La devozione dei fedeli si è mantenuta inalterata nel corso dei secoli e la chiesa è divenuta santuario nel secolo XIX, meta di numerosi pellegrini da tutto l’Abruzzo che, nella prima domenica di maggio, portano in processione la statua della Madonna.
Un ruolo particolare, nel cerimoniale che procede la festa religiosa, ha la compagnia di Gioia dei Marsi, che parte da proprio paese la mattina del venerdì e, dopo aver attraversato a piedi Venere dei Marsi, Pescina, Forca Caruso, Goriano Sicoli e Raiano, giunge a Pratola nel tardo pomeriggio e viene accolta dalle autorità civili e da una folla festante nel rione san Lorenzo. A questo punto i fedeli si mettono in ginocchio e, facendo lo strascino, a
rrivano all’altare principale del santuario e baciano la pietra. Il congedo della compagnia c’è la domenica mattina presto.
La devozione verso la Madonna andò crescendo nei secoli, alimentata dai prodigiosi interventi della Vergine. I pratolani decisero di porre mano alla costruzione di un tempio più grande e splendido. Ideatore artistico del nuovo edificio fu il valente architetto Eusebio Tedeschi. L’opera doveva realizzarsi daq maestranze pratolane e forestiere, sotto la direzione del “capo d’opera” Giampasquale D’Andrea. Il 3 settembre 1851, il vescovo monsignor Mario Mirone benediva la pietra fondamentale. Tutto il popolo fu esortato dal parroco don Domenico Santilli a collaborare portando dalla montagna le pietre necessarie. Nel 1863 fu predicato il primo quaresimale da don Francesco Tozzi.
La facciata del santuario, di linea neoclassica, domina alta e maestosa nel mezzo del paese; biancheggiante nella pietra della Maiella. E’ adorna di quattro statue monumentali, dovute allo scalpello di Nazareno Di Renzo e collocate nel 1911.
Amedeo Tedeschi dipingeva i medaglioni della volta centrale, che simboleggiano i misteri del Rosario: l’Annunciazione, la Passione, l’Assunzione di Maria e la sua Gloria. Le pitture dei quattro Evangelisti che si trovano nei pennacchi sotto la cupola, portano scritto Patino-Tedeschi, anno 1900. più tardi vennero affidate agli artisti fratelli Feneziani dell’Aquila varie opere decorative. La più importante e vistosa è il magnifico tempietto sovrastante l’altare maggiore. L’opera, per gli stucchi in rilievo di Berardino Feneziani e Giulio, suo nipote; per le statue è di Giovanni, fratello di Berardino. Lo stesso Giovanni è pure artefice dei bassorilievi della tribuna dell’organo e delle due acquasantiere, mentre Giulio ha lavorato alla composizione degli Angeli musicanti che decorano la tribuna dell’organo.
Risalendo all’altra navata troviamo l’altare dell’Addolorata, con bel simulacro, affiancato dalla lapide ricordo dei caduti nella Grande Guerra intorno al grande crocifisso. Segue la cappella di San Giovanni Evangelista, con il quadro allusivo all’Apocalisse, opera di Domenico Gizzoni di Roccacasale. E nel transetto a sinistra si trova la cappella dedicata alla Ss. Trinità, sontuosamente barocca come quella di fronte. Il mistero trinitario è interpretato da Ferdinando Palmiero di Guardiagrele. Del medesimo è il quadro dell’Ultima Cena nella cappella in fondo detta “del sacramento”. Ritornando al centro ammiriamo il rinnovato “presbiterio” dallo splendido pavimento marmoreo ed il maestoso Altare che vi capeggia ideato dal prof. Antonio D’Achille con a lato il ricco ambone.
