DA SOFFERENZA A PROFEZIA: LA LEZIONE SEMPRE VIVA DEL BEATO LUIGI NOVARESE
Il 20 luglio la Chiesa ne celebra la memoria liturgica. Una figura profetica che ha trasformato la visione della malattia: da limite vissuto nella solitudine a cantiere di evangelizzazione e speranza.
Ci sono vite che segnano una svolta profonda nel cammino della Chiesa, capaci di ribaltare prospettive consolidate e di restituire al Vangelo la sua forza più dirompente. La figura del Beato Luigi Novarese rientra a pieno titolo tra queste: la sua memoria liturgica, che ricorre il 20 luglio, rappresenta una preziosa occasione di verifica e di rilancio per l’intera comunità ecclesiale e, in modo particolare, per il mondo della pastorale della salute.
Nato a Casale Monferrato il 29 luglio 1914 e ordinato sacerdote nel 1938, monsignor Novarese – proclamato Beato nel 2013 – maturò il cuore della sua intuizione spirituale proprio attraversando il fuoco della sofferenza personale. Colpito in gioventù da una grave forma di tubercolosi ossea, sperimentò la fragilità del corpo e l’incertezza del domani; affidandosi con fiducia totale all’intercessione della Vergine Maria, ottenne una guarigione che interpretò non come un semplice privilegio, ma come la chiamata precisa a consacrare l’intera esistenza al servizio degli infermi.
In quel periodo trascorso in sanatorio, maturò una convinzione profonda: illuminato dalla luce della fede, il dolore smette di essere soltanto un limite o una condanna per diventare luogo d’incontro con Cristo risorto. Riconoscendo questo disegno, dopo la morte della madre nel 1935 mise da parte il progetto iniziale di diventare medico per abbracciare definitivamente la via del sacerdozio.
Dal cuore di quell’esperienza nacque un vero e proprio cambio di paradigma nella considerazione della persona fragile. Mons. Novarese intuì che il malato non doveva più essere visto come un mero destinatario passivo di cure e beneficenza, bensì come un soggetto attivo nella vita della Chiesa e nella missione di evangelizzazione. Senza mai banalizzare la sofferenza né cedere alla tentazione del rassegnato stoicismo, spese le sue forze per edificare una spiritualità capace di restituire piena dignità, responsabilità e orizzonte a chi vive nella prova e attorno a questa visione fiorirono diverse realtà associative e di vita consacrata che ancora oggi operano in Italia e nel mondo: la Lega Sacerdotale Mariana, il Centro Volontari della Sofferenza (CVS), i Silenziosi Operai della Croce e i Fratelli degli Ammalati. Un’autentica scuola di formazione in cui la persona fragile veniva accompagnata a riscoprire il proprio valore insostituibile. La sintesi di questo pensiero si ritrova in una celebre affermazione del Beato:
«Gli ammalati devono sentirsi gli autori del proprio apostolato.»
Alla fecondità carismatica mons. Novarese unì una straordinaria capacità organizzativa e un costante impegno istituzionale. Dal 1942 al 1970, infatti, su invito del futuro papa san Paolo VI, prestò servizio presso la Segreteria di Stato della Santa Sede e nel 1962 san Giovanni XXIII gli affidò il compito di coordinare l’assistenza religiosa negli ospedali italiani, dando un impulso decisivo al riconoscimento del ministero del cappellano ospedaliero.
Successivamente, dal 1970 al 1977, operò in seno alla Conferenza Episcopale Italiana guidando l’Ufficio CEI per l’assistenza spirituale ospedaliera. In questo ruolo accompagnò con lungimiranza il percorso della riforma sanitaria nel nostro Paese. Grazie al suo contributo, la presenza spirituale nei luoghi di cura cessò di essere considerata una concessione o una consuetudine formale per diventare un diritto della persona, pienamente integrato nella tutela della salute.
Le sue intuizioni anticiparono molti dei temi che san Giovanni Paolo II avrebbe poi fissato nell’enciclica Salvifici doloris, fino alla morte di Novarese, avvenuta a Rocca Priora il 20 luglio 1984.
In una cultura contemporanea che tende a rimuovere la vulnerabilità e a misurare il valore di un’esistenza esclusivamente in base alla sua efficienza o produttività, la testimonianza del Beato Novarese risuona come un richiamo profetico. Nessuna vita è inutile agli occhi di Dio; al contrario, proprio chi attraversa la prova può farsi testimone e annunciatore privilegiato della speranza pasquale.
Ricordare la sua opera oggi significa rinnovare l’impegno verso una cura integrale della persona, in cui la vicinanza umana e la forza della fede procedano di pari passo. Nelle sue parole si custodisce la consegna più alta della sua missione:
«I malati sono i veri costruttori della civiltà dell’amore.»
