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Convegno Nazionale Caritas 2026: “Imparate a fare il bene” – Il mandato di Sacrofano alle Chiese locali

Si è concluso da pochi giorni a Sacrofano il 45° Convegno Nazionale delle Caritas diocesane: circa 600 delegati arrivati da ogni angolo d’Italia, tra cui un referente della nostra Caritas diocesana, immersi in un cantiere di idee e di speranza dal 16 al 19 aprile. Il titolo, preso dal profeta Isaia, non lasciava spazio a fraintendimenti: “Imparate a fare il bene, cercate la giustizia” – Annunciare il Vangelo e promuovere l’umano.

Ma cosa significa “fare il bene” oggi, in un mondo che sembra andare a rotoli? La risposta che portiamo a casa per la nostra comunità di Sulmona-Valva è chiara: la carità non è solo un pacco viveri o un pasto caldo; è advocacy, un termine che assume diverse sfumature e può essere declinato in tanti modi, ma si riassume ovvero diventare la voce di chi non ne ha.

Fin dall’apertura dei lavori, mons. Carlo Roberto Maria Redaelli è stato categorico: “La Caritas non è un ambito separato, è la Chiesa stessa che vive il Vangelo”. Questo ci ricorda che il nostro impegno sul territorio non è una delega a pochi volontari volenterosi, ma l’identità profonda di una Diocesi. Non siamo un’ONG, ha ribadito, ma una comunità che testimonia l’amore di Dio nella storia. Gli ha fatto eco Mons. Pierre Cibambo Ntakobajira, presidente di Caritas Africa: “Io sono parte di una Chiesa chiamata a testimoniare l’amore di Dio. La Chiesa non fa carità, la Chiesa è Carità”.

Un termine, molto forte, che ha attraversato l’aula di Sacrofano è stato “policrisi”. La politologa Chiara Tintori ha spiegato come la nostra realtà viva una sovrapposizione di emergenze (economica, ambientale, sociale) che rischia di schiacciarci.

In questo scenario, fare advocacy significa difendere il diritto al cibo, sostenendo per esempio la campagna europea “Good Food 4 All”, perché il cibo è dignità, non merce; rimettere la persona al centro, come ricordato da Marta Cartabia ed Elsa Fornero, combattendo il “lavoro povero” e la precarietà, riscoprendo il valore costituzionale della solidarietà; sfidare l’indifferenza, guardando ai fenomeni come le migrazioni con profondità storica, senza abbandonarsi a semplificazioni emotive; narrare l’umano, per promuoverlo, come spiegato da Marco Girardo, Direttore di Avvenire.

Particolarmente toccante è stata la tavola rotonda sull’advocacy nei contesti di guerra e il confronto con le periferie del mondo. Ascoltare Mons. Joseph Bazouzou da Aleppo (Siria) e Mons. Christian Carlassare dal Sud Sudan ha ricordato a tutti che essere Caritas significa abitare il conflitto per costruire percorsi di pace. Qui l’advocacy si fa carne viva.

Don Marco Pagniello, Direttore di Caritas Italiana, ha lanciato nell’ultima giornata una sfida che deve risuonare anche nelle nostre parrocchie: “La pace non è una neutralità comoda o un silenzio prudente”.

È emerso un mandato forte: le Caritas devono stimolare una nuova obiezione di coscienza contro tutto ciò che umilia la persona e rende “normale” l’ingiustizia. Dobbiamo rifiutarci di adattarci all’indifferenza che regna troppo spesso nei nostri contesti quotidiani.

L’ultima giornata ha visto la partecipazione anche di Romano Prodi, che ha dialogato con i giovani. Il messaggio è stato un invito al protagonismo: i giovani non devono aspettare che qualcuno “lasci loro il posto”, ma devono costruirselo con dinamismo e lavoro di squadra. L’orizzonte deve essere un’Europa dei valori, non solo degli interessi economici.

La narrazione di questi giorni è stata attraversata visivamente da un logo, il simbolo della foglia di Ginko Biloba: una delle piante più antiche della terra, capace di attraversare il tempo e la storia. Il Ginko, ha spiegato don Marco Pagniello, è simbolo di speranza: sopravvissuto ai bombardamenti di Hiroshima, questo albero è tornato a fiorire l’anno successivo all’esplosione della bomba atomica. In un luogo in cui tutto sembrava distrutto la vita ha ripreso a germogliare. L’evangelizzazione e la promozione umana nascono proprio da lì, dalle ferite della storia.

Il Convegno allora si è chiuso, ma il cammino della nostra Caritas diocesana e della nostra Diocesi continua. Il Vangelo deve camminare insieme all’impegno per il bene comune, perché – come ci ha ricordato mons. Redaelli – la carità è una forza capace di incidere nella storia, un po’ come i germogli di Ginko.

E noi, nella nostra chiesa locale, siamo chiamati a essere le mani e la voce di questa speranza.

 

Foto: Caritas italiana

Video interventi: https://www.youtube.com/@caritasitaliana1117/streams