ANTONIO CAROZZA: «PRENDERE FORMA DENTRO UNA CHIAMATA»
Verso il Ministero dell’Accolitato: il racconto di un cammino tra le mura di Roma e il cuore della nostra Diocesi
Sulmona, 7 marzo 2026 – La nostra comunità diocesana si appresta a vivere un momento di particolare grazia e gioia. Domenica 15 marzo, alle ore 18:00, presso la Cappella dell’Almo Collegio Capranica a Roma, il seminarista Antonio Carozza riceverà il Ministero dell’Accolitato per le mani di S.E. Mons. Giacomo Cirulli. L’Accolitato non è solo una tappa funzionale nel percorso verso il sacerdozio, ma un “gesto che educa le mani” e il cuore al servizio dell’Eucaristia e dei fratelli. È un passo che Antonio sta preparando nel contesto unico della Città Eterna, dove la formazione accademica alla Pontificia Università Gregoriana si intreccia con la vita comunitaria in Collegio e il servizio pastorale nelle parrocchie romane. In occasione di questo importante traguardo, Antonio ha voluto condividere con la sua Chiesa d’origine — che sempre lo accompagna con la preghiera — una riflessione intensa sulla sua esperienza capitolina. Dalle suggestioni artistiche del Caravaggio alla quotidianità dello studio e del servizio, il suo è il racconto di una vocazione adulta che non cancella il passato, ma gli dona un “respiro nuovo”. Accogliamo con gratitudine le sue parole, che ci aiutano a guardare al ministero non come a un ruolo da occupare, ma come a una vita che, lentamente, si lascia plasmare dalla grazia.
(Segue il testo di Antonio Carozza)
Prendere forma, dentro una chiamata
La chiamata non ti trova quasi mai pronto. Ti trova dove sei, con i tuoi limiti e le tue fragilità. Forse non si è mai pronti. Ma ti chiede di alzarti. Nel cammino verso il sacerdozio, Roma è il luogo inaspettato in cui il Signore mi ha chiesto di mettermi in piedi ancora una volta, di lasciare le mie certezze per imparare ad assumere la postura di colui che non si volta indietro con nostalgia, ma decide di lasciarsi fare totalmente da Lui. Ci sono chiamate che non fanno rumore. Non interrompono la vita: la attraversano. La mia è cresciuta così. Mentre lavoravo, mentre cercavo stabilità, mentre costruivo progetti. Non mi ha chiesto di fuggire da qualcosa, ma di respirare più a fondo dentro ciò che stavo vivendo. Quando la vocazione nasce in età adulta, non trova una pagina bianca. Trova una storia già scritta, con responsabilità, volti, decisioni. E non chiede di cancellarla, ma di darle respiro nuovo. Nel Seminario Regionale Abruzzese-Molisano ho iniziato a comprendere questo movimento. Ho capito che il sacerdozio non è un ruolo da occupare, ma una forma di vita che lentamente si imprime. Non è fare cose religiose. È appartenere. È lasciare che la propria libertà venga abitata da un Altro. Roma è entrata dentro questo cammino come un respiro più ampio, per crescere come Lui mi vuole. All’Almo Collegio Capranica, dove vivo ora, le mura antiche fanno da cornice alla quotidianità: la preghiera comune quando ancora la città dorme, i passi nei corridoi, le conversazioni che scavano, il silenzio che ti restituisce a te stesso. La vita comune è una levigatura: toglie gli spigoli dell’individualismo. Ti insegna che la libertà non è isolamento, ma relazione. Una libertà responsabile che prepara alla cura della propria vita per essere pronti a vivere pienamente Cristo nel ministero sacerdotale. Studio alla Pontificia Università Gregoriana dove la forma si fa pensiero. Studiare teologia non è collezionare argomenti, ma lasciarsi interrogare, è imparare che la fede non teme la ragione. In un’aula dove siedono studenti provenienti da ogni parte del mondo, la Chiesa smette di coincidere con la mia esperienza personale e diventa davvero cattolica: universale, più grande delle proprie categorie. E sentirsi piccoli, davanti a questa ampiezza, è una grazia. Ma una chiamata che non tocca la carne resta incompleta. Il servizio che svolgo ogni domenica presso la Basilica di Santa Maria Maggiore è un incontro continuo con un’umanità in cammino. Volti che entrano e ripartono. Silenzi che chiedono ascolto. Lì imparo che il sacerdote non trattiene nessuno per sé. Custodisce un fuoco che non gli appartiene. Nella Parrocchia del Volto Santo, alla Magliana, altro luogo della mia attività pastorale, invece, il respiro diventa quotidiano. Le storie si intrecciano, non si tratta di eventi straordinari, ma di fedeltà semplice: restare, ascoltare, camminare insieme. Tante occasioni, tanti volti. Come quelli dei tanti giovani nelle catechesi delle “10 Parole” di Fabio Rosini: è vedere la Parola che respira oggi. Giovani che si mettono in ascolto, che accettano di lasciarsi interrogare. È una bellezza diversa da quella dei marmi: è la bellezza di una libertà che si apre. Anche il ministero dell’Accolitato che segna quest’anno il mio cammino appartiene a questo tempo: non un titolo aggiunto, ma un gesto che educa le mani. La chiamata scende nel servizio dell’altare e della comunità. Ricevere l’Eucaristia per imparare a diventare dono. E poi c’è Roma. Una città che insegna a guardare. Tra pietra e luce, tra cupole che si aprono all’improvviso e vicoli che custodiscono silenzi, la fede non appare come memoria distante, ma come presenza viva. Una bellezza che non è solo decorazione: ogni angolo è l’occasione per scoprire tracce di fede incarnate nella storia. A volte basta entrare in una chiesa per qualche minuto, prima di tornare ai libri e agli impegni della giornata. Entrare in San Luigi dei Francesi e sostare davanti alla Vocazione di Matteo di Caravaggio è riconoscersi. Una luce attraversa l’ombra e raggiunge un uomo seduto al banco delle imposte. Non nel tempio, ma nel luogo della vita ordinaria. La chiamata arriva lì. Non aspetta condizioni ideali. Raggiunge. Illumina. Chiede di alzarsi. Nella Basilica di Sant’Agostino, davanti alla Madonna dei Pellegrini, la santità si lascia avvicinare da piedi sporchi di strada. Non c’è distanza tra grazia e povertà. E capisci che la vocazione non nasce dalla perfezione, ma dall’essere guardati. Tra le aule della Gregoriana, nei corridoi del Capranica e negli spazi della vita concreta si intreccia questa stessa dinamica: lasciarsi plasmare. Perché il sacerdozio non nasce da uno sforzo volontaristico, ma da uno sguardo che è stato colpito. Roma, allora, non è solo un luogo di studio o di servizio. È un luogo in cui la chiamata prende respiro. Si allarga. Si approfondisce. Diventa meno mia e più della Chiesa. Il sacerdozio non sarà qualcosa da conquistare, ma una vita da consegnare. Non un’affermazione personale, ma un’appartenenza. Porto con me, in questa esperienza, la mia diocesi, che mi accompagna passo dopo passo. Prendere forma, dentro una chiamata, è imparare a respirare con un cuore più ampio. È lasciare che la propria vita diventi spazio per Qualcun Altro. E, lentamente, alzarsi.
