C’è un momento, nella vita di una comunità diocesana, in cui il respiro si fa comune e l’orizzonte si schiarisce. Per la Chiesa di Sulmona-Valva quel momento è coinciso con il 23 novembre scorso, quando il vescovo, Mons. Michele Fusco, ha consegnato nelle mani dei suoi sacerdoti la nuova Lettera pastorale per l’anno 2025-2026. Un documento che in questi giorni sta varcando le soglie delle parrocchie, passando dalle mani dei pastori a quelle dei fedeli, per diventare pane spezzato nella quotidianità di ogni gruppo, associazione e confraternita.
“La bellezza dell’adorazione, la forza della carità, la gioia della missione” non è un semplice titolo, ma un programma di vita che rifugge le scorciatoie del funzionalismo. Mons. Fusco scrive con la penna del pastore che conosce le fatiche del suo gregge e, proprio per questo, non offre ricette burocratiche, ma indica un primato: quello dello sguardo. Tutto inizia dalla «bellezza dell’adorazione», da quel sostare davanti all’Eucaristia che non è fuga dal mondo, ma l’unico modo per tornare a guardare il mondo con gli occhi stessi di Dio. È nel silenzio della preghiera che si vince la tentazione di un attivismo frenetico che spesso ci lascia stanchi e vuoti.
Tuttavia, l’adorazione per il vescovo Michele non resta mai chiusa tra le mura di una cappella. Essa si fa immediatamente «forza della carità». È qui che la Lettera tocca le corde più sensibili del nostro territorio: la carità che scaturisce dall’altare diventa la forza per abitare le fragilità, per farsi prossimità nelle solitudini che segnano le nostre valli e per trasformare l’assistenza in autentica fraternità. Una fede che non si sporca le mani con le ferite dell’altro, sembra suggerire il Presule, rischia di restare un’astrazione estetica.
Il traguardo naturale di questo dinamismo è la «gioia della missione». In un tempo che spesso appare ripiegato su una stanca rassegnazione, monsignor Fusco rilancia la sfida dell’annuncio. Una missione che nasce per irradiazione, come un contagio di gioia che non ha bisogno di strategie di marketing, ma di testimoni credibili. È la gioia di chi sa di aver ricevuto un dono troppo grande per essere trattenuto.
Oggi questa Lettera — che trovate allegata integralmente a questo editoriale — viene consegnata a ciascuno di voi. L’invito è a una lettura lenta e condivisa: ogni fedele, ogni famiglia, ogni antica Confraternita e ogni realtà associativa è chiamata a misurarsi con queste pagine. Non si tratta di studiare un testo, ma di lasciarsi interpellare da una visione di Chiesa che vuole essere, insieme, casa che accoglie e voce che annuncia. La sfida è lanciata: ora tocca alla comunità mettersi in cammino.
Ufficio Comunicazioni Sociali
“La bellezza dell’adorazione, la forza della carità, la gioia della missione”
Lettera Pastorale 2025/2026
La tela seicentesca dell’Adorazione dei Magi, custodita nella chiesa di San Francesco a Popoli Terme, ci accoglie e ci orienta all’inizio di questo nuovo anno pastorale. I Magi, figure luminose e in cammino, diventano per la nostra Chiesa diocesana un’icona preziosa per riflettere sulla nostra missione. In quei tre uomini così diversi tra loro, per età, provenienza, cultura, riconosciamo il volto delle nostre piccole comunità, chiamate a camminare insieme pur nella varietà dei percorsi e delle sensibilità.
- Un cammino che cerca la Luce
[Il] Dio invisibile nel suo grande amore parla agli uomini come ad amici (DV 2).
I Magi sono cercatori di Dio: non si accontentano di ciò che conoscono, ma interrogano il cielo, scrutano i segni, affrontano la fatica del viaggio. Così siamo chiamati anche noi a camminare insieme con lo sguardo rivolto al Cielo. Il loro movimento, infatti, racconta il nostro stesso cammino sinodale, fatto di ascolto della Parola e della narrazione degli uomini, discernimento e profezia grazie al desiderio di lasciarsi guidare dalla luce dello Spirito.
Eventi e parole intimamente connessi (DV 2).
I Magi sono uomini che ascoltano i segni: non ignorano la stella, non si fermano davanti ai dubbi, non rinunciano quando la strada si fa incerta. Anche a loro capita di sbagliare direzione, di arrivare prima nel luogo sbagliato, di interrogare Erode invece del Cielo. Ma il loro cuore rimane aperto, e Dio sa riportarli nella giusta direzione. È l’immagine del nostro cammino sinodale, fatto di tentativi, di passi avanti e passi indietro, di correzioni e ripartenze, sempre con la fiducia che è lo Spirito che continua a guidare la nostra Chiesa.
Ed ecco la stella (Mt 2,9).
La stella è il segno della presenza di Dio che apre cammini nuovi e invita a non fermarsi. Seguirla richiede umiltà, disponibilità, capacità di lasciar cadere le proprie sicurezze e convinzioni. Così, anche le nostre comunità sono chiamate a tenere gli occhi fissi verso il Cielo, a discernere i segni dei tempi, a lasciarsi condurre dove il Signore chiama.
- Sapienza, scienza, studio: formazione
Aprirono i loro scrigni (Mt 2,11).
I doni che portano – oro, incenso e mirra – sono simbolo dei carismi che ogni battezzato porta con sé. Carismi diversi, preziosi, che nelle nostre comunità sono chiamati a essere offerti, condivisi, messi a servizio. Ogni dono è necessario; nessun dono è sufficiente da solo.
I Magi sono uomini che interrogano la realtà con occhi aperti: rappresentano la sapienza che nasce dall’ascolto, la scienza che si apre al Mistero, lo studio che diventa servizio, ricordando così la responsabilità, affidata a tutti gli operatori pastorali, alla formazione, a crescere, a studiare con passione e umiltà, per servire meglio il Vangelo e le comunità loro affidate.
In essi ritroviamo il senso della formazione che la nostra diocesi desidera promuovere: una formazione capace di illuminare la vita e sostenere il ministero di quanti servono le comunità evitando alcuni rischi dell’agire pastorale: «il rischio è quello di scivolare nella tentazione di semplificare le questioni complesse per evitare la fatica del pensiero, col pericolo che, anche nell’agire pastorale e nei suoi linguaggi, si scada nella banalità, nell’approssimazione o nella rigidità. L’indagine scientifica e la fatica della ricerca sono necessarie. Abbiamo bisogno di laici e preti preparati e competenti. Perciò, vi esorto a non abbassare la guardia sulla scientificità, portando avanti una appassionata ricerca della verità e un serrato confronto con le altre scienze, con la realtà, con i problemi e i travagli della società». La formazione, la ricerca e lo studio non devono servire, dunque, a riempire la mente, ma a piegare il cuore davanti al Signore della vita.
- L’incontro con Gesù
E poi la sorpresa: un bambino. I Magi, uomini colti, sapienti, si ritrovano davanti alla fragilità di un neonato. E lì si inginocchiano, riconoscendo la presenza del Dio che sorprende, che spiazza, che si fa piccolo, si fa carne, la nostra carne, per incontrare l’uomo. «Nella sua incarnazione, Egli “svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo” (Fil 2,7) e in quella forma portò la nostra salvezza. Si tratta di una povertà radicale, fondata sulla sua missione di rivelare il vero volto dell’amore divino (cfr. Gv 1,18; 1Gv 4,9). Pertanto, con una delle sue mirabili sintesi, San Paolo può affermare: “Conoscete infatti la grazia del Signore nostro Gesù Cristo: da ricco che era, si è fatto povero per voi, perché voi diventaste ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9)».
E prostratisi lo adorarono (Mt 2,11).
Se nel bambino che Maria stringe fra le sue braccia i Magi riconoscono e adorano l’atteso delle genti annunziato dai profeti, noi oggi siamo chiamati ad adorarlo nell’Eucaristia e a riconoscerlo come nostro Creatore, unico Signore e Redentore. I Magi incontrano Gesù a Bêt-lehem, che significa casa del pane. In quel luogo giace quel chicco di grano che morendo ha portato molto frutto (cfr. Gv 12,24). È lo stesso Gesù che, nella sua predicazione per parlare di sé stesso e della sua missione, farà ricorso all’immagine del pane. Dirà: Io sono il pane della vita, Io sono il pane disceso dal cielo, Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo (Gv 6, 35.41.51). Dalla povertà della nascita all’abbandono della Croce, sono queste le chiavi interpretative del mistero del suo amore redento. Il Bambino, adorato dai Magi, è l’Uomo-Dio che vedremo inchiodato sulla Croce, lo stesso presente nel sacramento dell’Eucaristia. Nella stalla di Betlemme si lasciò adorare, sotto le povere apparenze di un neonato, nell’Ostia consacrata lo adoriamo sacramentalmente presente in corpo, sangue, anima e divinità, e a noi si offre come cibo di vita eterna: «O Verbo Eterno, voi fatt’uomo non siete stato contento di morire per noi; ci avete dato ancora questo Sacramento per compagnia, per alimento e per caparra del paradiso. Voi vi fate a comparire tra noi or da bambino dentro una stalla: or da povero dentro una bottega: or da reo sopra di un legno: or da pane sopra un altare. Ditemi, che più che inventare per farvi amare?».
Con le parole di Sant’Alfonso, grande innamorato dell’Eucarestia, al termine dell’anno giubilare, che ci ha visti Pellegrini di Speranza sulle strade della nostra Chiesa diocesana e confermare la nostra fede sulla Tomba dell’Apostolo Pietro, vi confido un desiderio che in questi giorni lo Spirito Santo ha suscitato al mio cuore: l’indizione di un Congresso Eucaristico Diocesano (di cui verificheremo la fattibilità con il Consiglio Pastorale e il Consiglio Presbiterale). Sostare per andare. Exurgens Maria, questo è il verbo che il vangelo usa per indicare il partire di Maria verso Elisabetta dopo l’annuncio dell’Angelo: è lo stesso verbo della resurrezione. Maria rappresenta l’esempio del credente che si mette in viaggio per servire, portando il Signore con gesti concreti di carità e di ascolto. La scena della Visitazione è archetipo di ogni incontro umano profondo per scoprire nell’altro il mistero di Cristo.
Sostare davanti a Gesù Eucarestia, per rilanciare la missione avendo come guida, Maria, donna eucaristica per eccellenza. Sostare ai piedi di Gesù come Maria a Betania, ma con la diaconia irrompente di Marta. Sono questi i due atteggiamenti che vorrei che la nostra Chiesa facesse suoi in questo nuovo anno Pastorale.
- Per un’altra strada
Infine, i Magi tornano (cfr. Mt 2, 12). Chi incontra davvero Cristo non può più percorrere i vecchi sentieri. Anche il nostro anno pastorale desidera essere l’occasione per trovare strade nuove: più evangeliche, più fraterne, più coraggiose, più sinodali. Con lo stesso stupore che fece inginocchiare i Magi, affidiamo a Dio questo proposito. Porto nel cuore i singoli volti, le bellezze e le ricchezze delle comunità parrocchiali incontrate durante il tempo di grazia della mia Visita Pastorale. Oggi si fa in me più chiaro il sogno di Chiesa che vi consegnai il giorno del mio ingresso tra voi.
L’augurio, quindi, che faccio a me e a voi è che l’icona dei Magi possa essere il paradigma sul quale trascriviamo il nostro impegno alla Chiesa e attraverso di essa, a Dio. Vi esorto, dunque a continuare a camminare insieme verso Cristo, centro e meta del nostro servizio. Tutto il percorso dell’anno, incontri, progetti, itinerari formativi, celebrazioni siano orientati a questo unico obiettivo: incontrare Gesù e condurre a Lui ogni fratello.
Una stella guidava i magi nel loro faticoso cammino.
Quanti segni anche per noi,
nella natura, negli eventi del tempo, nel cuore dell’uomo,
possono diventare frecce direzionali,
raggi luminosi che discretamente,
nel cuore della notte,
orientano i nostri timidi passi
verso un paese, sempre incompiuto,
dove c’è spazio per ogni uomo:
quell’uomo che è lo spazio stesso di Dio.
Davanti a Gesù i Magi non dicono nulla.
Di fronte a Lui solo silenzio,
ginocchia che si piegano,
vita che diventa dono:
mirra, oro, incenso.
È Gesù crocifisso, risorto, glorificato.
Compendio dei misteri
dolorosi, gaudiosi, luminosi e gloriosi
della vita umana.
(don Tonino Bello)
+ Michele Fusco
Vescovo di Sulmona-Valva
Sulmona, 23 Novembre 2025
Solennità di Cristo Re