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DALLA MENSA ALLA MISSIONE: L’EUCARISTIA INTERPELLA LA FEDE FERIALE

A Sulmona don Federico Palmerini chiude il ciclo di meditazioni nella chiesa di Sant’Antonio: «Celebrazione per evangelizzare o per gli evangelizzati? La liturgia non è uno spettacolo per attrarre né un circolo per pochi perfetti, ma l’incontro sorgivo che trasfigura chi vi prende parte»

Mentre nelle tende di Piazza XX Settembre continuava a scorrere ininterrotto il fiume silenzioso dell’Adorazione e della Riconciliazione, il camm ino di riflessione del Congresso Eucaristico Diocesano di Sulmona-Valva giungeva al suo terzo, atteso traguardo. Dopo la meditazione di don Antonio Allegritti sul realismo del corpo sacramentale e la lezione mariana di Mons. Fabio Dal Cin, la navata della chiesa di Sant’Antonio ha fatto da cornice all’ultima stazione di questo itinerario teologico e spirituale. Al centro, una provocazione pastorale tanto schietta quanto ineludibile: «Eucaristia: celebrazione per evangelizzare o per gli evangelizzati?».

A guidare l’assemblea – convenuta numerosa attorno al vescovo Michele Fusco, a numerosi sacerdoti e a fedeli giunti da ogni vicariato – è stato don Federico Palmerini, presbitero dell’Arcidiocesi di L’Aquila. Con il suo stile incisivo e radicato nella concretezza del vissuto pastorale, don Palmerini ha preso di petto l’interrogativo che spesso divide le comunità parrocchiali tra la tentazione di un ripiegamento intimista e l’ansia di una pastorale dell’intrattenimento.

«Spesso cadiamo nella trappola di una falsa alternativa – ha esordito don Palmerini -. Ci chiediamo se la Messa debba essere strutturata per chi è già dentro, custode di un linguaggio e di codici condivisi, oppure se debba trasformarsi in uno strumento didattico, quasi una lezione frontale o uno spettacolo accessibile a tutti i costi, pensato per catturare chi è lontano. Entrambe le derive tradiscono la natura propria del mistero: la liturgia non è un club per “iniziati perfetti” né un’agenzia pubblicitaria per convincere i distratti».

Richiamando la celebre formula conciliare della Sacrosanctum Concilium, che riconosce nell’Eucaristia la «fonte e il culmine» di tutta la vita ecclesiale, il teologo aquilano ha mostrato come evangelizzazione e celebrazione non siano due binari paralleli o contrapposti, ma due battiti dello stesso cuore. «La liturgia evangelizza non quando cerca di rendersi accattivante o quando si piega a compromessi al ribasso, ma quando è autenticamente se stessa: trasparenza del Risorto, stupore del silenzio, ascolto obbediente della Parola e comunione fraterna. La bellezza ordinata e dignitosa del rito possiede di per sé una straordinaria forza kerigmatica, capace di scuotere il cuore di chiunque varchi la soglia con animo sincero».

Allo stesso tempo, don Palmerini ha messo in guardia da quell’«anestesia dell’abitudine» che rende sterile la partecipazione di chi si ritiene già evangelizzato: «Nessuno di noi può dirsi una volta per tutte “evangelizzato”. Se la Messa domenicale diventa una consuetudine meccanica o un dovere sociale disincarnato, smarriamo la radicalità del Vangelo. L’Eucaristia ci siede accanto e ci converte continuamente: ogni volta che diciamo il nostro “Amen” e ci accostiamo all’altare, siamo noi per primi ad avere bisogno di essere ri-evangelizzati dal Pane spezzato, che abbatte i nostri giudizi, le nostre chiusure e le nostre presunzioni morali».

Il passaggio cruciale dell’intervento ha toccato il rapporto vitale tra altare e strada, tra il sacramento celebrato e la testimonianza nel mondo. «Il celebre congedo latino Ite, missa est non è la semplice formula di chiusura di un cerimoniale, ma l’inizio di un mandato – ha rimarcato don Federico -: “Andate, la missione ha inizio”. La Messa è per evangelizzare perché genera testimoni. Non possiamo celebrare il corpo del Signore se poi, tornati nelle nostre case, negli uffici, nelle piazze o nelle nostre relazioni ferite, viviamo da pagani. L’Eucaristia feconda la missione perché ci trasforma in ciò che riceviamo: pane donato per la fame del mondo».

L’intenso applauso dell’assemblea ha sigillato una serata densa di provocazioni salutari, riprese nelle parole di sintesi e di gratitudine espresse da monsignor Michele Fusco, che ha donato al relatore il segno-ricordo del Congresso: «Queste tre serate non hanno offerto semplici conferenze accademiche, ma ci hanno riconsegnato il cuore pulsante della nostra identità di Chiesa. Ora la comunità diocesana è chiamata a vivere i giorni culminanti del Congresso: dall’adorazione continua nelle tende al grande convenire del popolo di Dio, per testimoniare che Cristo cammina davvero per le nostre strade».

Con la benedizione finale e la preghiera corale per il Papa e per la Chiesa locale, la Diocesi di Sulmona-Valva si prepara così a vivere l’abbraccio delle giornate conclusive, pronta a portare nella vita di ogni giorno il fuoco attinto alla mensa eucaristica.