QUEL CALICE CHE VINCE IL TEMPO: L’EUCARISTIA E LA CARNE VIVA DELLA CHIESA
A Sulmona don Antonio Allegritti apre il ciclo di meditazioni: «Nel memoriale Cristo si fa nostro contemporaneo. In un mondo smaterializzato, il sacramento ci riconsegna alla realtà del corpo e all’incontro con il fratello»
C’è una piazza che pulsa di vita ordinaria, tra il passeggio cittadino e i ritmi feriali della Valle Peligna, e ci sono due tende bianche piantate nel cuore di Sulmona – in Piazza XX Settembre – che custodiscono il silenzio dell’Adorazione e la grazia della Riconciliazione. È dentro questa feconda tensione tra cielo e terra, tra l’Eucaristia celebrata e la città vissuta, che ha mosso i suoi primi passi il ciclo di catechesi del Congresso Eucaristico della Diocesi di Sulmona-Valva. Un appuntamento fortemente voluto dal vescovo, Mons. Michele Fusco, che introducendo i lavori nella Chiesa di S. Francesco della Scarpa ha ringraziato per il colpo d’occhio di un’assemblea gremita di sacerdoti, religiose e tanti laici: «Non vogliamo che resti una parentesi celebrativa, ma un seme gettato per far fiorire le nostre comunità attorno a Gesù Eucaristia».
A guidare la prima riflessione è stato don Antonio Allegritti, giovane teologo della diocesi di Avezzano e coordinatore regionale di pastorale giovanile, chiamato a misurarsi con un tema tanto denso quanto sorgivo: il rapporto tra presenza reale, segno sacramentale e concretezza ecclesiale. Il punto di partenza scelto dal relatore è un’arditezza grammaticale incastonata nella liturgia latina più antica, il Canone Romano: «Accepit et hunc praeclarum calicem», «prese questo glorioso calice». «La grammatica terrena vorrebbe un distacco, parlerebbe di “quel” calice antico dell’Ultima Cena – ha osservato don Allegritti -. Ma la liturgia usa il pronome “questo”: perché il calice che oggi il vescovo e i sacerdoti elevano sull’altare è esattamente quel medesimo calice. Nell’Eucaristia non facciamo una mera rievocazione nostalgica, ma celebriamo il memoriale, l’evento della Pasqua in cui Cristo si fa realmente nostro contemporaneo».
Un mistero d’amore che interpella il cuore umano nella sua domanda più intima: «La parola più autentica dell’amore non è semplicemente un generico affetto, ma il grido: “Rimani con me” – ha spiegato don Antonio, richiamando l’episodio evangelico di Emmaus e la celebre melodia Abide with me -. Gli uomini, per quanto amino, conoscono il limite invalicabile dell’assenza e della morte. Cristo invece oltrepassa la soglia del tempo e mantiene la promessa: “Io sono con voi tutti i giorni”».
La catechesi ha saputo addentrarsi con limpida efficacia anche nelle categorie teologiche più impegnative, difendendo la nozione di transustanziazione dalle semplificazioni moderne. «Quando la Chiesa ha adottato i concetti filosofici di sostanza e accidenti, non si è asservita a un sistema astratto, ma ha messo sotto shock la filosofia: per Aristotele la sostanza resta immutabile e gli accidenti cambiano; sull’altare avviene l’opposto, le specie esteriori del pane e del vino rimangono intatte mentre la loro sostanza profonda diventa il Corpo e il Sangue del Signore». Un atteggiamento fecondo che, ha sottolineato il teologo, offre una traccia pedagogica fondamentale anche nel dialogo odierno con le nuove generazioni: abitare i linguaggi contemporanei non per omologarsi ad essi, ma per rigenerarli dall’interno.
Ma il punto focale, che ha toccato da vicino la sensibilità dei presenti, riguarda la visibilità dell’invisibile e il valore insostituibile del corpo. In un’epoca pervasa dalla virtualità, dagli algoritmi e dalla tentazione di una fede “a distanza”, don Allegritti ha ribadito con forza l’insegnamento dell’Incarnazione: «Gesù nell’Ultima Cena non ha detto “questo è il mio spirito”, ma “questo è il mio corpo”. Il Verbo si è fatto carne. Come ricordava l’architetto Antoni Gaudí alla Sagrada Família, Dio ha toccato la materia. L’Eucaristia esige il nostro corpo: l’uscire di casa, il sedersi accanto, il guardarsi negli occhi. E, come ci ricordava costantemente papa Francesco, non possiamo toccare la carne di Cristo nel sacramento senza saper riconoscere la medesima carne viva nel fratello che abbiamo al nostro fianco».
Al termine del vivace dialogo con l’assemblea e della consegna simbolica dei tradizionali confetti peligni insieme all’immaginetta ufficiale, la preghiera corale del Congresso ha sigillato la serata, aprendo la strada al secondo incontro in calendario: l’ascolto di monsignor Fabio Dal Cin, arcivescovo prelato di Loreto, sul tema luminoso di «Maria, donna eucaristica». Il cammino continua, con lo sguardo fisso sul Pane vivo nella Chiesa di SS. Maria Ausliatrice in Sulmona.


