ADDOMESTICARE IL MONDO: LA FAMIGLIA COME GREMBO DELLE RELAZIONI NELLA SOCIETÀ FRAMMENTATA
Viviamo in una temperie culturale in cui l’accelerazione dei processi storici e la progressiva liquidità dei legami sembrano aver eroso alle fondamenta la grammatica profonda degli affetti, riducendo sovente l’incontro con l’altro a una connessione precaria, quando non puramente utilitaristica. È in questo orizzonte, tanto complesso quanto intimamente assetato di senso, che si innesta la densa provocazione offerta dalla XXVI Settimana Nazionale di Studi sulla Spiritualità Coniugale e Familiare, promossa dall’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Famiglia della CEI; un appuntamento che, ponendosi a ideale crocevia di riflessioni, interroga con inedita urgenza le nostre coscienze e l’agire pastorale della stessa comunità ecclesiale di Sulmona-Valva.
Il tema portante, condensato nella suggestiva espressione “Addomesticare il mondo”, non allude in alcun modo, come un superficiale istinto potrebbe suggerire, a logiche di dominio, di addestramento o di omologazione. Al contrario, mutuando un passaggio nodale dell’Esortazione apostolica Amoris Laetitia (al n. 183) di Papa Francesco, la formula intende riconsegnare alla radice semantica del termine – da domus, casa – l’altissima e al contempo fragile vocazione della famiglia: quella di rendere il mondo, altrimenti freddo, ostile e spersonalizzante, un luogo finalmente abitabile. Addomesticare significa, in questa accezione, sottrarre le persone all’anonimato per restituirle a un vincolo di cura, svelando che creare legami è l’unico viatico per uscire dall’isolamento e trasformare il deserto delle monadi in uno spazio di comunione.
L’eloquenza della locandina ufficiale dell’evento racchiude visivamente, ed egregiamente, il senso di questo delicato mandato: sullo sfondo di geometrie chiare, si innalzano braccia diverse e volitive, le cui dita operose, tendendo un sottile e vivace filo rosso, vanno a delineare nello spazio il profilo del tetto di una casa. Quell’intreccio di fili non rappresenta un laccio che imprigiona, bensì la trama di relazioni autentiche, la fatica e la bellezza dell’alleanza su cui si edifica la struttura portante della società civile ed ecclesiale.
Quando la famiglia si riscopre – per riprendere il felice sottotitolo dei lavori – “luogo di educazione degli affetti e scuola di relazioni”, essa cessa di essere intesa come un rassicurante e asfittico rifugio intimistico, impermeabile ai drammi della storia, per trasfigurarsi, piuttosto, in un vero e proprio laboratorio di umanità. È questo il grembo aurorale in cui le nuove generazioni, osservando la testimonianza dei padri e delle madri, apprendono per osmosi l’alfabeto dell’amore oblativo, della risoluzione pacifica dei conflitti, del perdono accordato e della speranza condivisa.
Guardando anche agli stimoli giunti dai giovani durante i confronti di questa Settimana di Studi (giovani che denunciano a gran voce la loro “fame di relazioni vere”), sentiamo il dovere di raccogliere e rilanciare questa feconda eredità verso tutte le nostre parrocchie. Non possiamo più accontentarci di una pastorale declinata in chiave puramente conservativa o assistenzialistica. Occorre, sotto la guida dello Spirito, compiere quel salto di paradigma che riconosca la famiglia non più solo come fragile destinataria di cure, ma come soggetto primario e insostituibile dell’azione evangelizzatrice. Poiché, in definitiva, è solo una comunità di famiglie, consapevole delle proprie inevitabili vulnerabilità ma altrettanto salda nella promessa del sacramento, a possedere la lungimiranza e la dolcezza necessarie per “addomesticare”, ossia rendere permanentemente casa, le molteplici e ferite solitudini del nostro tempo.
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