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«NEL TABERNACOLO C’È LA NOSTRA GERUSALEMME»: A SULMONA LA SANTITÀ FERIALE RACCONTATA DALLA MADRE DI CARLO ACUTIS

L’incontro con Antonia Salzano ha offerto alla comunità diocesana una testimonianza intensa e priva di retorica: al centro la Presenza reale, la carità nascosta verso gli ultimi e la vocazione a non morire come fotocopie.

C’è un paradosso fecondo che attraversa la vicenda di Carlo Acutis e che, a Sulmona, si è manifestato con la forza limpida delle cose semplici: la santità non abita nelle teche del passato, né si nutre di straordinarietà irraggiungibili, ma fiorisce nella trama ordinaria dei giorni, tra i banchi di scuola, una schermata al computer e la carità silenziosa consumata sui marciapiedi di una metropoli.

Accolta dal vescovo Mons. Michele Fusco, dai sacerdoti e da una folta assemblea composta da famiglie, anziani e tanti giovani, Antonia Salzano ha portato nel cuore della Valle Peligna la viva testimonianza di una madre che ha visto nascere e maturare sotto i propri occhi l’avventura spirituale del figlio. Un appuntamento – intitolato significativamente «A tu per tu con la santità» – che non ha avuto il sapore della commemorazione devozionale, ma si è inserito come una vera e propria bussola nel cammino di preparazione al Congresso Eucaristico Diocesano.

L’antidoto all’abitudine

Ad aprire il pomeriggio è stato il richiamo all’essenziale. Se Carlo è divenuto in pochi anni un punto di riferimento per le generazioni di ogni latitudine, la ragione risiede in una sola sorgente: il Pane spezzato. «I santi – ha ricordato Antonia Salzano – sono coloro che comprendono che senza Dio non possiamo fare nulla».

Con un linguaggio immediato, scevro da qualsiasi formalismo ecclesiastico, la testimonianza ha scandagliato la quotidianità di un ragazzo che a soli undici anni si spendeva come aiuto catechista e che, guardando le dinamiche del proprio tempo, rilevava con disarmante lucidità un’anomalia: «Ci sono file chilometriche per un concerto o per una partita di calcio, ma non vedo queste file davanti al tabernacolo». Da quello zelo nasceva l’intuizione pionieristica della mostra sui miracoli eucaristici, ideata tra le mura di casa e oggi pellegrina nei cinque continenti: un invito perenne a destarsi dal torpore dell’abitudine, ricordando che la «medicina dell’anima» è a portata di mano.

La carità che nasce dall’Altare

Ma la misura della contemplazione, per Carlo, era inscindibile dal marciapiede. Significativo il ricordo affiorato durante il colloquio: quando il padre gli propose un pellegrinaggio a Gerusalemme, il ragazzo scelse di rimanere a Milano e di impiegare quelle risorse per acquistare sacchi a pelo e generi di prima necessità per i senzatetto che riparavano sotto i portici del centro. «Io ho Gerusalemme sotto casa», rispondeva, indicando nel tabernacolo della propria parrocchia il centro del mondo e, nel volto del povero, la carne sofferente di Cristo da rivestire e nutrire.

È la teologia feriale dell’Eucaristia: adorare per farsi prossimo, sostare nel silenzio per imparare a guardare le ferite dell’uomo. «Di fronte al sole ci si abbronza, ma di fronte a Gesù Eucaristia si diventa santi», ripeteva spesso Carlo; un’immagine che Antonia ha riproposto alla platea di Sulmona per ribadire che la preghiera non è evasione, ma trasfigurazione che rende capaci di amare.

Il dialogo con i giovani e la confessione di una madre

Il momento forse più suggestivo dell’incontro si è consumato quando i ragazzi presenti in sala sono stati invitati a farsi avanti, a sedersi accanto al tavolo e a porre le proprie domande senza filtri. Ai loro interrogativi – incentrati sulla fatica di credere in una società secolarizzata e sulle critiche di chi guarda con scetticismo alla figura del giovane beato – la madre ha risposto indicando la posta in gioco più alta: la custodia della vita eterna. «L’unica cosa che dobbiamo davvero temere non è la morte, passaggio alla pienezza dell’Amore, ma il peccato, che ci allontana da Dio».

Con commovente onestà interiore, Antonia Salzano non ha esitato a condividere il proprio percorso personale: cresciuta lontana dalla pratica religiosa, è stata la testimonianza del figlio – la sua insistenza serena per entrare nelle chiese, il suo amore per la Comunione e per il Rosario – a provocarne la conversione. «In un certo senso, Carlo è stato il mio salvatore terreno. Da lui ho compreso che l’Eucaristia è viva e reale». E, stemperando con garbo ogni tentazione di piedistallo: «Io non sono santa; oggi faccio semplicemente la segretaria di Carlo, cercando di rispondere alle migliaia di lettere e richieste di preghiera che arrivano quotidianamente dal mondo intero».

Una traccia per la Chiesa locale

La recita corale della preghiera a Carlo e l’invocazione comunitaria per il Congresso Eucaristico, suggellata dalla benedizione di monsignor Fusco, hanno chiuso un pomeriggio che lascia una traccia nitida nel tessuto pastorale diocesano.

La testimonianza di Antonia Salzano consegna alla nostra Chiesa una sfida aperta: non cedere alla tentazione della rassegnazione, non lasciarsi omologare dal conformismo digitale né dalla mediocrità spirituale. Nel celebre monito di Carlo – «Tutti nascono originali, ma molti muoiono come fotocopie» – risuona l’invito più urgente per questo tempo: riscoprire nella frazione del Pane la radice viva della propria identità e il coraggio di essere, ogni giorno, testimoni credibili di speranza.

Rivedi l’incontro integrale

Per chi desidera riascoltare la testimonianza, rivivere i passaggi del dialogo con i ragazzi e condividere questo momento di grazia con la propria comunità, la registrazione video completa dell’evento è disponibile sul canale YouTube ufficiale della Diocesi di Sulmona-Valva ed è visibile direttamente nel riquadro sottostante: