OLTRE LA LOGICA DELLA FORZA: L’APPELLO DI CARITAS E CEI PER RENDERE LE NOSTRE COMUNITÀ “SCUOLE DI PACE”
Si è chiuso a Frascati il seminario nazionale su identità e conflitti. L’urgenza di prevenire la guerra disarmando il linguaggio, superando i nazionalismi e curando le relazioni: la pace non è un settore, ma il criterio di ogni azione pastorale.
Non bisogna attendere il boato delle armi per accorgersi che la pace è finita, e non bisogna aspettare che i fucili tacciano per cominciare a costruirla: la pace si prepara prima, nei territori, sradicando le diseguaglianze, riconoscendo i conflitti fisiologici per evitare che degenerino, disarmando le parole e arginando chi strumentalizza le appartenenze. È questa la lucida e concreta prospettiva tracciata a Frascati, dove si è da poco concluso il seminario nazionale “Costruire identità plurali al servizio della pace”, promosso congiuntamente da Caritas Italiana e dall’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei.
Tre intense giornate di lavori che hanno acceso i riflettori su una verità spesso scomoda: le guerre vengono preparate molto tempo prima del primo colpo sparato. Esplodono quando l’identità si tramuta in una fortezza inespugnabile, quando il confine diventa un muro e l’altro si riduce a una minaccia da cui difendersi. Un processo avvelenato che trova terreno fertile laddove le diseguaglianze sociali e il senso di abbandono nutrono paure e risentimenti, spalancando le porte a nazionalismi escludenti.
La sfida emersa dal seminario è quella di superare il mito delle identità pure e autosufficienti. L’incontro con l’alterità non rende fragile l’identità personale, culturale o religiosa, ma la rende più feconda e consapevole. In quest’ottica, persino il concetto di confine può evolvere: non più cicatrice che divide, ma luogo di reciprocità e riconoscimento.
«L’impegno che ci assumiamo al termine di queste giornate è fare delle nostre comunità vere scuole di pace», ha spiegato don Marco Pagniello, direttore di Caritas Italiana. «Significa attivarci nelle diocesi, costruire alleanze e cambiare narrazione, mostrando attraverso gesti concreti che alla pace ci si educa e ci si allena, a partire dagli ambienti della vita quotidiana. Dobbiamo trovare anche modi nuovi per informare e coinvolgere le nostre comunità, riuscendo ad arrivare a tutti. È uno sguardo di speranza, necessario per liberarci dalle paure e non permettere che siano queste a orientare le nostre scelte».
Un passaggio cruciale del dibattito ha riguardato proprio la natura della pace, che non può essere ridotta alla mera assenza di conflitto o a un generico – e talvolta sterile – irenismo. Il conflitto è insito nelle dinamiche umane e può persino farsi motore di cambiamento positivo. Il dramma, la guerra, ha inizio nel momento esatto in cui alla politica, al diritto e alla relazione umana si sostituisce la brutale logica della forza.
«Dopo la Seconda guerra mondiale si era affermata la consapevolezza che la guerra non potesse più essere lo strumento per uscire dai conflitti. Oggi, invece, viene nuovamente ipotizzata come una soluzione normale», ha ammonito don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei. «È il segno di una povertà relazionale: abbiamo smesso di lavorare sulle relazioni e rischiamo di affidare alla forza ciò che dovremmo affidare al diritto, al dialogo e a una cittadinanza realmente inclusiva. Costruire identità plurali significa allora domandarci quali relazioni vogliamo generare tra le persone, nelle nostre comunità e tra i Paesi».
Un esame di coscienza che interpella direttamente anche il mondo delle religioni e quello dell’informazione. Da un lato, la fede rischia talvolta di essere piegata a giustificazione del potere o della nazione, sebbene custodisca al suo interno l’antidoto primario contro ogni chiusura: il richiamo a un’alterità che l’uomo non può possedere. Dall’altro, il ruolo delle parole. La comunicazione odierna, spesso asservita alla velocità degli algoritmi e alla polarizzazione, rischia di costruire il “nemico” a tavolino. Disarmare la comunicazione significa dunque restituire complessità alla realtà, verificando, contestualizzando e ridando un volto a coloro che rischiano di essere schiacciati in fredde categorie numeriche.
Lo sguardo, ora, torna ai territori. Parrocchie, associazioni, scuole e movimenti sono chiamati a diventare avamposti in cui le differenze concorrono al bene comune. La consegna di Frascati è chiara: la pace non è un “settore” in più da incasellare nel già fitto organigramma delle attività pastorali. Al contrario, è il criterio fondante con cui ripensare l’ascolto, l’accoglienza, l’educazione e la cura degli ultimi. Perché la vera pace fiorisce solo quando l’altro smette di essere un bersaglio e torna a esistere come volto, come fratello e come parte irrinunciabile di un futuro condiviso.
