Dalle Parrocchie 

SULMONA, LA FESTA DI SAN BASILIDE: «DIETRO OGNI SBARRA C’È UN’UMANITÀ DA CUSTODIRE»

Nella chiesa di San Francesco di Paola, la celebrazione per il patrono della Polizia Penitenziaria. L’omelia del parroco Cristian Di Sanza: «La vostra divisa è un abito di servizio. Non diventate duri come le mura che sorvegliate».

C’è una frontiera esistenziale, spesso invisibile agli occhi della società, dove il peso della sofferenza e la necessità dell’ordine si incrociano quotidianamente. È la realtà del carcere, un luogo in cui le donne e gli uomini del Corpo di Polizia Penitenziaria spendono le proprie vite a servizio dello Stato e, soprattutto, della persona umana. Proprio per riflettere sul senso profondo di questa delicata missione, la comunità si è stretta attorno al personale penitenziario nella solenne celebrazione in onore di San Basilide, patrono del Corpo.

La liturgia, tenutasi nella chiesa parrocchiale di San Francesco di Paola a Sulmona, ha visto la partecipazione sentita di autorità civili, religiose e militari, insieme al personale in servizio e in quiescenza.

La memoria del martire Basilide – soldato romano che scelse la coerenza della fede e della verità a costo della vita – non è stata ridotta a una sterile rievocazione storica. Al contrario, ha rappresentato l’occasione per guardare all’«oggi» di chi indossa una divisa, rintracciandovi una vera e propria vocazione spirituale.

Il fulcro della giornata è stato l’intensa omelia del parroco, Cristian Di Sanza, che ha saputo declinare la parola del Vangelo nella quotidianità, talvolta ruvida, dell’ambiente carcerario. Commentando l’invito di Gesù a “rinnegare se stessi e prendere la propria croce ogni giorno”, il parroco ha scardinato i luoghi comuni sul dolore fine a se stesso, legando il concetto di croce a quello di responsabilità:

«Spesso pensiamo che la croce sia il dolore, la sofferenza, il peso di una giornata storta. Ma la croce, nel Vangelo, equivale alla fedeltà. È la fedeltà a quel “sì” che avete pronunciato quando avete scelto di indossare questa divisa. La vostra “croce” è il peso di quelle vite che vi sono affidate. Non siete lì semplicemente per controllare, per sorvegliare, per chiudere porte o aprire cancelli. Voi siete chiamati a essere una “rupe”, la stabilità in un mondo di fragilità.»

Il nucleo centrale della riflessione si è poi concentrato su uno dei pericoli più insidiosi per chi opera costantemente all’interno delle strutture detentive: il rischio del cinismo. Un monito evangelico forte, che interroga la coscienza di ogni operatore di fronte alla tentazione di indurirsi o di trasformare l’altro in un mero codice burocratico. La figura di San Francesco di Paola, che fa da cornice a questa celebrazione, ricorda la centralità della Charitas. In quest’ottica, l’autorità non nasce dalla forza delle armi o dei regolamenti rigidi, ma dalla forza della coerenza e dell’umanità.

In un sistema che le cronache spesso descrivono come faticoso e talvolta disumanizzante, agli agenti è stato rivolto un invito accorato: non vergognarsi mai della propria umanità. La divisa, davanti a Dio, diventa così un vero e proprio «abito di servizio». I poliziotti penitenziari sono custodi, e il custode sa di non essere proprietario delle vite altrui, ma di esserne pienamente responsabile.

La sfida finale lanciata dal parroco ai piedi dell’altare risuona come un mandato pastorale e civile: credere fermamente che anche laddove la società vede la parola “fine”, Dio è capace di tracciare un nuovo inizio. La vera vittoria del servizio non si conta con il numero delle sanzioni, ma con i frammenti di dignità restituiti a chi l’aveva smarrita. Un invito a tornare a casa ogni sera potendo dire: «Oggi ho servito, oggi ho perso qualcosa di me, e per questo, oggi, sono più vivo di ieri».