IL CORAGGIO DELLA FRAGILITÀ: ORDINATI TRE NUOVI DIACONI. IL VESCOVO FUSCO: «NON PORTATE UNA DOTTRINA FREDDA, MA LA VOSTRA ESPERIENZA INTIMA CON CRISTO»
«Non abbiate paura». L’eco del mandato evangelico risuona con una forza singolare nella cattedrale di Sulmona, non come un semplice slogan di circostanza, ma come una «goccia di rugiada» destinata a fecondare il cuore della Chiesa diocesana e, in particolare, la vita dei nuovi diaconi ordinati lo scorso 21 giugno, nella XII domenica del Tempo Ordinario.
In un’epoca strutturalmente segnata da costanti e inedite precarietà – dalle guerre globali alle solitudini quotidiane, fino all’ansia del fallimento e alla malattia – l’omelia pronunciata dal Vescovo, Monsignor Michele Fusco, si è configurata come una vera e propria e alta «lezione di educazione alla paura». Un testo denso, che interroga la postura missionaria della comunità credente e ridefinisce i contorni del ministero ordinato.

Smascherare le paralisi del cuore. Con la lucidità del pastore e l’acume del fine comunicatore, Mons. Fusco non ha negato il peso specifico del timore nell’esistenza umana: «Certamente la paura fa parte della nostra vita, nessuno può affermare di non averne. Chi vive solo di paura, però, si blocca, si paralizza, è già morto». La chiave di volta antropologica e teologica risiede, allora, non nella rimozione del limite, ma nella sua piena consapevolezza. È proprio nella fragilità, infatti, che si compie il paradosso paolino del «quando sono debole, è allora che sono forte».
«Il Signore entra nelle nostre paure per risanarle», ha spiegato il Vescovo, indicando il punto di partenza per una pastorale che non parli dall’alto di una presunta invulnerabilità, ma che sappia abitare le ferite del tempo presente.
Oltre il dogma: una fede da raccontare. Il passaggio centrale dell’omelia ha tracciato una netta linea di demarcazione tra una fede nozionistica e l’autentica testimonianza evangelica, offrendo una formidabile indicazione metodologica per i nuovi diaconi e per l’intero corpo ecclesiale. «Il testimone, il discepolo, il missionario non trasmette una teoria, non deve convincere, ma è chiamato a condividere la sua esperienza intima col Signore», ha ammonito il presule.
Rivolgendosi direttamente agli ordinandi, Mons. Fusco ha usato parole di rara franchezza, che colpiscono al cuore ogni tentazione di clericalismo intellettuale: «Voi non siete chiamati a portare una dottrina, una teoria, ma ad annunciare le grandi opere che il Signore ha compiuto nella vostra vita. Questa è l’unica cosa che tocca il cuore degli uomini di oggi. Non andrete a portare la teologia che avete imparato a scuola, ma a testimoniare quanto Dio vi ha amato».
Evangelizzare, nell’orizzonte tracciato dal Vescovo di Sulmona-Valva, significa dunque accettare il rischio della vulnerabilità. Consegnare la propria vita nelle mani degli altri, mostrando anche le debolezze in cui la grazia ha operato, espone inevitabilmente all’aggressione o all’incomprensione del mondo. Il rischio radicale è quello del martirio, anche solo metaforico, della perdita della stima altrui. Ma la vera posta in gioco – ricorda l’omelia – non è la reputazione mondana, bensì la custodia dell’anima, ovvero di «quello Spirito Santo che anima la nostra testimonianza».
Il motore della fiducia e l’orizzonte della gratitudine. Attraverso un’efficace metafora meccanica, Mons. Fusco ha scosso l’assemblea dal torpore della rassegnazione, da quel pensiero strisciante secondo cui “tutto è inutile e nulla cambierà”. Se la paura funge inevitabilmente da freno, il vero motore dell’esistenza cristiana è la fiducia. Una fiducia antropologicamente fondata sulla certezza biblica del valore di ogni singolo uomo: «Voi valete più di molti passeri».
Ispirandosi alla figura del profeta Geremia – saldo nella certezza che il Signore gli fosse accanto «come un prode valoroso» nonostante le minacce – il Vescovo ha posto la diocesi di fronte a un bivio esistenziale: da un lato la via dell’ansia e della sfiducia, dall’altro la via della fiducia in Dio, la quale «non toglie le difficoltà, ma te le fa vincere».
L’orizzonte finale non può che essere quello della gratitudine e del riconoscimento. Il ministero diaconale, istituito per il servizio e per la carità, trova la sua piena espressione nell’identificazione con Cristo presente negli ultimi. «Quanto più sapremo riconoscere il passaggio di Dio nella nostra vita – ha concluso Mons. Fusco – quanto più riconosceremo la sua presenza nei più piccoli e nei più deboli, allora Lui ci riconoscerà come suoi fratelli e figli amati».

Per la Chiesa di Sulmona-Valva, l’ordinazione di questi nuovi diaconi non rappresenta solo un traguardo numerico o istituzionale, ma il rinnovato invito a scendere nelle strade della storia senza scudi dottrinali, forti unicamente di quell’Amore che, nella debolezza della Croce, ha già vinto ogni pretesa di sconfitta.

