Dietro le sbarre, cuori liberi: il Giubileo dei detenuti
di Erika Fossati
Il 14 dicembre 2025, la Casa di Reclusione di Sulmona ha vissuto un evento straordinario per il Giubileo dei detenuti: un’esperienza di arte, musica e preghiera che ha toccato il cuore di chi era presente, portando lacrime, commozione e una rinnovata speranza. L’iniziativa “Segni di speranza per i detenuti” ha visto collaborare il gruppo degli Artisti per Dio #concreandopergeù, l’Associazione Holy Dance di Suor Anna Nobili, il gruppo del Rinnovamento nello Spirito Santo di Sulmona, insieme alla diocesi di Sulmona-Valva, il cappellano e la direzione del carcere, in un’atmosfera dove la presenza dello Spirito Santo sembrava tangibile.
Quando Gesù entrò nella sinagoga di Nazaret, lesse dal profeta Isaia: “Lo Spirito del Signore è sopra di me; mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore” (Lc 4,18-19). Quelle parole, pronunciate duemila anni fa, si sono incarnate ancora una volta quella mattina tra le mura del carcere di Sulmona, dove una sessantina di detenuti hanno potuto sperimentare la libertà interiore che solo Cristo può donare.
La mattinata si è svolta alternando danze, canti, testimonianze e la presentazione di sette opere pittoriche a tema giubilare, portate davanti ai detenuti perché potessero contemplarle da vicino. Le coreografie della Holy Dance, costruite sui canti della speranza e della liberazione interiore, hanno commosso molti: detenuti e operatori sono arrivati alle lacrime, un segno raro e prezioso in un luogo dove l’emozione viene spesso nascosta come segno di vulnerabilità. Il profeta Isaia aveva già annunciato questa missione di liberazione: “Proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgare l’anno di misericordia del Signore” (Is 61,1-2).
Le opere pittoriche hanno parlato un linguaggio universale: le catene spezzate da Cristo, i cuori liberi, la visita del Papa ai detenuti, la mano di Gesù che invita, le sbarre che si trasformano in uccelli in volo, la Madonna della Mercede che intercede per i carcerati. Ogni dipinto è stato accolto con applausi e silenzio contemplativo, mostrando come la bellezza possa aprire il cuore anche dove il dolore sembra aver indurito tutto. La dirigente del carcere ha confessato di non essersi aspettata che anche l’arte visiva potesse toccare così profondamente i detenuti, eppure ogni opera ha suscitato commozione, come se quegli uomini vedessero finalmente riflessa la loro sete di libertà.

Il momento forse più sorprendente è stato vedere uomini abituati a difendersi da ogni emozione lasciarsi finalmente toccare dalla grazia. Un insegnante di religione che lavora in carcere da dieci anni ha confidato di non aver mai visto i detenuti così emozionati. Eppure quella mattina, davanti alla bellezza della danza e dei dipinti, davanti alle testimonianze di vita trasformata da Cristo, le lacrime sono scese, segno che “se il Figlio vi farà liberi, sarete veramente liberi” (Gv 8,36). La libertà che Gesù dona non è solo quella fisica, ma soprattutto quella interiore: la liberazione dal peso della colpa, dall’oppressione del peccato, dalla disperazione che schiaccia.
Alcuni detenuti hanno preso la parola per ringraziare, sottolineando quanto fosse importante sentirsi “visti” e accompagnati dalla Chiesa locale proprio lì, nel luogo della loro quotidianità ferita. Uno di loro, ha parlato della vita eterna e della speranza del Paradiso, riprendendo temi che erano stati toccati durante l’incontro e mostrandosi profondamente raggiunto dalla Parola. Il cappellano ha condiviso riflessioni scritte da due reclusi, tra cui uno con “fine pena mai”, in cui emergono fede, desiderio di misericordia e attesa del Regno, quasi a ribadire che nessuna storia è definitivamente perduta agli occhi di Dio. Come canta il Salmo 145: “Il Signore libera i prigionieri, il Signore ridona la vista ai ciechi”.
Particolarmente toccante è stata la testimonianza di un’artista, che ha raccontato la storia di Jacques Fesh e la propria vicenda personale, confessando che senza l’intervento di Cristo anche lei avrebbe potuto finire in carcere. Quella condivisione sincera ha creato un ponte immediato con i detenuti, che si sono sentiti compresi e non giudicati, riconoscendo in quella donna una sorella che ha sperimentato la stessa liberazione che ora era offerta anche a loro. La dirigente della Casa di Reclusione, profondamente toccata dall’evento, si è alzata spontaneamente per prendere la parola, ringraziando per l’iniziativa.
Quella mattina, pregando prima dell’evento, era uscito un versetto che parlava proprio della misericordia di Dio, del suo desiderio di perdonare e di non abbandonare nessuno. Quelle parole si sono compiute sotto gli occhi di tutti: Dio non ha dimenticato questi fratelli, non li ha abbandonati dietro le sbarre, ma è entrato nel carcere attraverso la bellezza, la musica, la danza e la testimonianza, per dire a ciascuno: “Sei amato, sei prezioso, c’è speranza per te“. Come promette Isaia, “Dio darà loro fedelmente il salario, concluderà con loro un’alleanza perenne” (Is 61,8).
Alla fine, mentre i detenuti uscivano dalla sala, tutti li hanno salutati con le braccia alzate, in un gesto che avrebbe voluto essere un abbraccio ma che le regole del carcere non permettevano. Eppure, anche quel saluto a distanza è stato un segno tangibile di comunione e di affetto, un modo per dire che la Chiesa non li dimentica e che Cristo continua a visitarli attraverso i suoi discepoli. La dirigente, il cappellano e molti altri hanno espresso il desiderio di ripetere iniziative simili, come se quella mattina si fosse aperta una porta nel cuore del carcere, una porta che lo stesso Signore ha spalancato per continuare la sua opera di liberazione.
Chi ha partecipato porta a casa la certezza che il Vangelo è davvero “buona notizia” anche per chi vive dietro le sbarre, che la promessa di Gesù – “sono venuto a proclamare la liberazione ai prigionieri” – non è una metafora ma una realtà che continua a compiersi oggi. In quella sala, tra tele, veli e canti, il Giubileo ha preso il volto concreto di lacrime, sorrisi e abbracci mancati ma interiormente ricevuti, segno di una libertà che comincia già ora e che nessuna sbarra potrà mai contenere.

