Conclusione Anno Giubilare: omelia del Vescovo
Beato chi teme il Signore e cammina per le sue vie. (Salmo responsoriale)
Sono le parole del salmo che abbiamo cantato, e che ci indicano la strada da continuare a percorrere anche ora che si conclude l’Anno giubilare della speranza.
Raccontare e ricordare tutto ciò che abbiamo vissuto in quest’anno non è semplice. Gli incontri sono stati tanti, ma uno in particolare resta impresso nel cuore di tutti: quel sabato mattina del primo febbraio, quando come comunità diocesana abbiamo attraversato la Porta Santa di San Pietro e salutato per l’ultima volta Papa Francesco. Immagini, parole ed emozioni che non dimenticheremo.
Molti gruppi della nostra diocesi hanno partecipato ai diversi Giubilei: quello della comunicazione, degli adolescenti, dei sacerdoti, dei catechisti, dei carcerati, dei giovani, delle confraternite, delle famiglie… solo per citarne alcuni. Tante parrocchie e realtà ecclesiali hanno poi vissuto pellegrinaggi giubilari autonomi. Anche in diocesi abbiamo proposto un cammino giubilare cittadino, con la cattedrale come meta, attraverso un itinerario di fede. I frutti di grazia di questo Anno Santo li conosce davvero solo il Signore, perché solo Lui conosce i cuori e i passi compiuti.
Desidero ringraziare l’Ufficio liturgico e tutti coloro che si sono impegnati nella preparazione di questi momenti. Al termine di questa celebrazione canteremo insieme il Te Deum, come segno di ringraziamento per i tanti doni ricevuti. Lo faremo con la certezza che l’abbraccio misericordioso e pacifico di Dio resta sempre aperto per tutti. Il Risorto sa attraversare anche le porte chiuse. Il Signore ha fatto grandi cose per noi e ci ha colmati di misericordia.
Beato chi teme il Signore e cammina per le sue vie.
In questi giorni vedremo chiudere le porte delle Basiliche a Roma e da stasera nelle diocesi la chiusura del Giubileo, resta chiaro che mentre si chiudono le porte sante Cristo, nostra porta di salvezza, ha le porte spalancate.
Come ha ricordato il card. Rolandas Makrickas, nel chiudere la porta della Basilica Papale di Santa Maria Maggiore: “Ciò che si chiude non è la grazia divina, ma un tempo speciale della Chiesa e ciò che rimane aperto per sempre è il cuore di Dio misericordioso”… “Tanti pellegrini come noi durante l’Anno giubilare hanno varcato la Porta Santa. Oggi l’abbiamo vista richiudersi ma la porta che conta veramente resta quella del nostro cuore: si apre quando ascolta la parola di Dio, si dilata quando accoglie il fratello, si fortifica quando perdona e chiede perdono”, così ha proseguito il Cardinale. “Varcare la Porta Santa è stato un dono e diventare da oggi porte aperte per gli altri è la nostra missione per il futuro”, “Il rischio più grande è aver varcato la Porta Santa senza aver lasciato entrare Dio nel cuore. La vera porta da lasciare aperta è quella della misericordia, della riconciliazione, della fraternità”.

Beato chi teme il Signore e cammina per le sue vie.
Inizia per tutta la Chiesa e per ciascuno di noi della Diocesi di Sulmona – Valva un tempo in cui desideriamo unire la nostra preghiera e le nostre forze per testimoniare la presenza del Signore in mezzo a noi, in particolare nell’Eucarestia, e diventare missionari di prossimità sull’esempio del Buon Pastore che va in cerca della pecora smarrita.
Come vi ho già indicato nella lettera che ho scritto, ci guiderà in questo anno l’icona dei Magi. Sul loro esempio lasciamoci guidare dalla stella della Parola che Cristo ci ha consegnato come unica via di salvezza. La stella orientò i passi dei Magi per giungere ad adorare il bambino Gesù. Oggi l’umanità ha bisogno di rivedere la luce e come Chiesa siamo chiamati ad indicare la vera luce che è venuta nel mondo per portare salvezza.
I Padri (della Chiesa) hanno parlato della Chiesa come del “mysterium lunae”, per sottolineare che essa, come la luna, non brilla di luce propria, ma riflette Cristo, il suo Sole. Come la stella fece da orientamento per i Magi così la Chiesa, che non vive per se stessa ma per Cristo, deve essere la stella che fa da punto di riferimento, aiutando a trovare il cammino che porta a Lui. Il Vaticano II apre la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium con queste parole, Cristo è la luce delle genti. E i Padri conciliari esprimevano il loro ardente desiderio di illuminare tutti gli uomini con la luce di Cristo che si riflette sul volto della Chiesa.
Come realizzare tutto questo? Quale il cammino da seguire? Il Salmo viene in nostro aiuto ricordandoci: Beato chi teme il Signore e cammina per le sue vie.
Temere il Signore e seguire le sue vie, così la liturgia di oggi ci rivolge l’invito a continuare la strada intrapresa durante il Giubileo e il cammino sinodale.
Sulla stessa linea il Vangelo che abbiamo ascoltato in questa festa della Santa Famiglia viene a darci alcune importanti indicazioni.
- È il Signore a prendere l’iniziativa, come sempre, e a portare salvezza, ad indicare la strada, manda un angelo a Giuseppe, un Evanghelion, una Buona Notizia. Comprendiamo che prima di ogni nostra iniziativa occorre piegare le ginocchia e pregare, adorare come fanno i Magi, lasciando che la sua Parola ci abiti e trovi nel nostro cuore una dimora dove incarnarsi. Occorre rivolgerci a Lui nella notte della nostra esistenza perché possa trovare cuori che nel silenzio sanno essere grembo disponibile che accolgono la sua Presenza. Quando invece vogliamo affermare noi stessi, le nostre idee, ciò che noi vogliamo, quando siamo autoreferenziali, il Signore non ha più la possibilità di parlare al nostro cuore. Giuseppe ci insegna a curare la nostra vita interiore, a dialogare con Dio, lui è l’uomo che vive una profonda interiorità dove il Signore può rivelarsi.
- San Giuseppe ci insegna l’arte del custodire. Si lascia custodire da Dio e può custodire la sua famiglia. Prese con sé il Bambino e sua madre. Obbedisce alla Parola che ha ricevuto. Protegge e si prende cura di Gesù e di Maria. In un silenzio carico di ascolto Giuseppe lascia che Dio parli nella sua interiorità e ascolta la parola di Dio. Impariamo da San Giuseppe a fare silenzio e ad ascoltare per poi agire. Come comunità ecclesiale e come cristiani a conclusione di questo Giubileo siamo chiamati a custodire la speranza e i doni di grazia che abbiamo ricevuto, custodiamoci gli uni gli altri. Custodiamo la presenza di Gesù nelle nostre comunità e nel nostro cuore. Custodire è il contrario di esercitare un potere con cui voler controllare l’altro. Occorre superare la tentazione del potere, che mossi dalla paura come Erode si vuole dirigere la storia degli altri per paura di perdere una posizione, un privilegio. Erode si sente in pericolo perché pensa che sia nato un altro re, qualcuno che possa adombrare il suo potere. Allora scatta la rivalità, l’invidia, la rabbia, che genera violenza. Tante volte nelle nostre piccole realtà possiamo intravedere le stesse dinamiche sia in famiglia, sul lavoro, anche nelle nostre parrocchie e gruppi ecclesiali; tanti che vogliono avere il dominio sugli altri, allora si parla male dell’altro, si denigra volentieri, ecc… pur di liberarsi dell’avversario. Nasce la rivalità che degenera in divisione. Impariamo da San Giuseppe invece l’arte del custodire. Siamo responsabili del bene degli altri. Responsabili della crescita di coloro che abbiamo al nostro fianco.
A volte siamo più impegnati a custodire i beni che abbiamo più che le persone, quelle cose che ho a cuore che ritengo importanti ciò che mi piace più che l’altro.
- San Giuseppe ci insegna a difendere e amare la famiglia. In particolare, di fronte ai tanti Erode che vogliono distruggere il dono del sacramento del matrimonio vogliamo custodire la famiglia che sgorga da quel sacramento. Avvertiamo la necessità di riscoprire che l’unione matrimoniale è il segno vivo dell’amore di Cristo per la Chiesa dove gli sposi sono chiamati alla santità attraverso la fedeltà, il perdono e l’apertura alla vita, trasformando la vita quotidiana in una liturgia d’amore che riflette la Trinità e si apre alla missione per essere testimoni d’amore.
Carissimi, questa liturgia ci consegna un messaggio forte e attuale. Concludo con l’esortazione che san Paolo rivolge ai Colossesi e che abbiamo ascoltato nella seconda lettura:
“Fratelli, scelti da Dio, santi e amati,
rivestitevi di sentimenti di tenerezza,
di bontà, di umiltà, di mansuetudine,
di magnanimità, sopportandovi a vicenda
e perdonandovi gli uni gli altri . . .
Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità,
che le unisce in modo perfetto.
E la pace di Cristo regni nei vostri cuori . . .
La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza”. Amen

