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San Domenico di Villalago e Sant’Angelo in Vetuli a Sulmona

Un tuffo in una storia millenaria fatta di fede e religiosità popolare.

Tra le anguste, minacciose, spettacolari gole della Valle del Sagittario e dopo Anversa e la pendula Castrovalva, poco prima di arrivare a Villalago, in località Prato Cardoso, troviamo il Santuario rupestre di San Domenico. Nelle fredde mattinate invernali una bianca coltre di neve ammanta e rischiara la fitta vegetazione che costeggia il lago e tutto il paesaggio che ci circonda. Proprio di fronte ai rigagnoli della sorgente del fiume Sega scorgiamo la sagoma del romitorio dove l’anacoreta visse alcuni anni nella solitudine, nella penitenza e nella preghiera.

Un piccolo portico, arricchito da una preziosa bifora cinquecentesca ed opere di Alfredo Gentile che rappresentano alcuni miracoli del Santo precedono il nostro ingresso nella chiesetta. In fondo, un altare in stile neo-gotico e, sulla sinistra, la porta di accesso alla grotta. Una ripida, stretta scala in pietra ci conduce alla buia spelonca. Il silenzio è totale. Un povero rettangolo fatto con pietre e ghiaia, arredato con fiori e lumini; è il “letto” dove San Domenico riposava, disteso su travi di legno.

L’emozione, il coinvolgimento e le sensazioni di misticismo ci rimandano ai riti e ai culti della tradizione: a quello dell’acqua sorgiva, utile per guarire da stati febbrili e ipogalattia e a quello della “schiappetta”, un minuscolo pezzo di legno da prendere e portare via come talismano per la vita e contro le tentazioni.

Per ricordare la morte del monaco benedettino, avvenuta a Sora nel 1031, ogni 22 di gennaio, gli abitanti di Villalago accendono grandi fuochi devozionali detti “fanoglie”; vi si riuniscono intorno per scaldarsi e per rinnovare un patto di solidarietà e di fede. La stessa fede che riusciamo a percepire e avvertire in una singolare e unica testimonianza di arte e religiosità, di grande importanza, come la Chiesa rupestre di Sant’Angelo in Vetuli a Sulmona.

Purtroppo dimenticata ed in completo stato di abbandono, incontriamo la chiesa appena dopo Sulmona, sulla strada che porta a Pacentro. Prima di raggiungerla, notiamo in lontananza il cielo incontrare e sfiorare le cime del Gran Sasso, della Majella e del vicino Morrone. Saliamo sul declivio di una collina piena di uliveti ed a fatica troviamo la minuta grotta naturale, intorno alla quale è stata costruita la piccola cappella.

Tre arcate, due laterali più piccole ed una centrale più alta e larga. Colonne, capitelli, lavorazioni e scolpiture, i simboli cristiani del pesce e della clessidra e materiali vari a rammentarci le antiche vestigia romane recuperate e qui convogliate per creare un luogo di culto, pieno di mistero. In questa chiesetta così lontana e allo stesso tempo così vicina all’uomo, dedicata all’Angelo dell’acqua, scopriamo la piccola, rudimentale vasca nella quale si raccolgono le rare gocce che stillano dalla volta della misera grotta.

La troviamo in fondo, tra macerie e ruderi, preceduta da quello che resta di un’edicola settecentesca deturpata e sfregiata da mano ignara e sacrilega. La trascuratezza, l’abbandono totale, la scarsa considerazione che in molti hanno di questo luogo non ci impedisce di vivere sensazioni forti, in un ideale tuffo a ritroso, nella plurimillenaria storia di cui Sant’Angelo in Vetuli è solo piccola ma significativa, incancellabile parte.

Ennio Bellucci