Giovedì santo con il presbiterio diocesano, con i detenuti e in cattedrale



E’ stato un giovedì santo molto intenso con la celebrazione del  vescovo in cattedrale al mattino durante la quale ha benedetto gli oli santi dei catecumeni, del crisma e degli infermi, alla presenza di tutto il presbiterio, che ha rinnovato le promesse sacerdotali, e di tanti fedeli e dei ragazzi che in questo anno riceveranno la cresima.
Nel pomeriggio il vescovo si è recato nel carcere di Sulmona dove è stato accolto da p. Agostino per vivere una intensa liturgia con i detenuti, lavando i piedi a dodici di loro e consegnando una parola di speranza. A sera in cattedrale il vescovo ha presieduto la celebrazione della S. Messa in “Coena Domini” a cui è seguita l’adorazione eucaristica.
Di seguito viene riportata l’omelia tenuta durante la S. Messa crismale:



Cari sacerdoti, religiosi, diaconi, seminaristi, religiose, popolo santo di Dio, siamo qui a celebrare la S. Messa crismale, durante la quale vengono benedetti i santi oli: dei catecumeni, del crisma e degli infermi.
Il giorno del battesimo tutti siamo stati unti, per essere uniti a Cristo, per essere figli del Padre e santificati dallo Spirito Santo. Rendiamo grazia a Dio per essere stati unti, toccati dall’infinito amore della Santissima Trinità.  
Cari fratelli nel sacerdozio, tutti noi, nell’Oggi del Giovedì Santo, in cui Cristo ci amò fino all’estremo (cfr Gv 13,1), facciamo memoria del giorno felice dell’Istituzione del sacerdozio e di quello della nostra Ordinazione sacerdotale. Il Signore ci ha unto in Cristo con olio di gioia e questa unzione ci invita a ricevere e a farci carico di questo grande dono: la gioia, la letizia sacerdotale. La gioia del sacerdote è un bene prezioso non solo per lui ma anche per tutto il popolo fedele di Dio: quel popolo fedele in mezzo al quale il sacerdote è chiamato  per essere unto e al quale è inviato per ungere.



La gioia sacerdotale ha la sua fonte nell’Amore del Padre, e il Signore desidera che la gioia di questo Amore «sia in noi» e «sia piena» (Gv 15,11). Nel Magnificat la Vergine Maria canta: «Il mio spirito esulta, gioisce, in Dio, mio salvatore, perché ha guardato l’umiltà della sua serva» (Lc 1,46-47). Maria si ritiene umile, semplice, piccola, di fronte al dono che riceve.
Chiediamoci, cari sacerdoti, chi siamo noi? Siamo i più poveri se Gesù non ci arricchisce con la sua grazia,  siamo servi inutili se Gesù non ci chiama amici, siamo i più indifesi dei cristiani se il Buon Pastore non ci fortifica in mezzo al gregge. Nessuno è più piccolo e indifeso di un sacerdote lasciato alle sue sole forze; perciò è la preghiera la nostra difesa contro ogni insidia del Maligno e  che ci attacca rendendoci pigri all’ascolto della Parola di Dio, alla celebrazione della Liturgia delle ore, al partecipare ai ritiri mensili del clero, a fare gli esercizi spirituali, ad essere indolenti nel ministero e nel vivere stili di comunione presbiterale, e si potrebbe continuare. Oggi, rinnovando le nostre promesse sacerdotali, chiediamo perdono dei nostri peccati e impegniamoci per vivere da santi sacerdoti.  La nostra fiducia è in Gesù che ha guardato a noi, alla nostra piccolezza, anche alle nostre miserie, per fare cose grandi nella Sua Chiesa e nel mondo, per questo non dobbiamo rattristarci, ma gioire nel Signore.



Ci ricordava qualche anno fa papa Francesco (cf Omelia giovedì santo 2014) che la nostra gioia sacerdotale ha tre caratteristiche è una gioia che ci unge (non che ci rende untuosi, sontuosi e presuntuosi), è una gioia incorruttibile ed è una gioia missionaria che si irradia a tutti e attira tutti, cominciando dai più lontani.
Una gioia che ci unge. Vale a dire: è penetrata nell’intimo del nostro cuore, lo ha configurato e fortificato sacramentalmente. I segni della liturgia dell’ordinazione ci parlano del desiderio materno che ha la Chiesa di trasmettere e comunicare tutto ciò che il Signore ci ha dato: l’imposizione delle mani, l’unzione con il santo Crisma, vestire i paramenti sacri. La grazia ci colma e si effonde integra, abbondante e piena in ciascun sacerdote. Siamo unti fino alle ossa, e la nostra gioia, che sgorga da dentro, è l’eco di questa unzione.
Una gioia incorruttibile. L’integrità del Dono, alla quale nessuno può togliere né aggiungere nulla, è fonte incessante di gioia: una gioia incorruttibile, che il Signore ha promesso che nessuno potrà togliercela (cfr Gv 16,22). Può essere addormentata o soffocata dal peccato o dalle preoccupazioni della vita ma, nel profondo, rimane intatta come la brace di un ceppo bruciato sotto le ceneri, e sempre può essere rinnovata. La raccomandazione di Paolo a Timoteo rimane sempre attuale: Ti ricordo di ravvivare il fuoco del dono di Dio che è in te per l’imposizione delle mie mani (cfr 2 Tm 1,6).



Una gioia missionaria. Questa terza caratteristica la voglio condividere e sottolineare in modo speciale: la gioia del sacerdote è posta in intima relazione con il santo popolo fedele di Dio perché si tratta di una gioia eminentemente missionaria. L’unzione è in ordine a ungere il santo popolo fedele di Dio: per battezzare, per curare e consacrare, per benedire, per consolare ed evangelizzare, soprattutto in questo tempo in cui con la Lettera pastorale “Andate e annunciate il Vangelo”, che vi ho di recente consegnata,  siamo chiamati alla missione in parrocchia, a prepararla, a viverla, e a renderla permanente con una conversione pastorale in chiave missionaria.



Anche nei momenti di tristezza, in cui tutto sembra oscurarsi e la vertigine dell’isolamento ci seduce, quei momenti apatici e noiosi che a volte ci colgono nella vita sacerdotale e vengono a tutti, me compreso,  è necessario il momento forte della preghiera silenziosa sapendo che il popolo di Dio ci aiuta, ci protegge perché possiamo ritrovare gioia e serenità rinnovata.
 La “Gioia custodita”,  che viene custodita dal silenzio della preghiera è custodita anche da tre sorelle che la circondano, la proteggono, la difendono: sorella povertà, sorella fedeltà e sorella obbedienza, come le chiamava S. Francesco.
La gioia del sacerdote è una gioia che ha come sorella la povertà. Il sacerdote è povero di gioia meramente umana: ha rinunciato a tanto! E poiché è povero, lui, che dà tante cose agli altri, la sua gioia deve chiederla al Signore e al popolo fedele di Dio. Non deve procurarsela da sé. Bisogna uscire da se stessi, perché se non si esce dal recinto del proprio io, l’olio diventa rancido. Se non esci da te stesso, l’olio diventa rancido e l’unzione non può essere feconda. Uscire da sé stessi richiede spogliarsi di sé, comporta rivestirsi di povertà.



La gioia sacerdotale è una gioia che ha come sorella la fedeltà. Nel senso  di una sempre nuova fedeltà all’unica Sposa, la Chiesa. Qui è la chiave della fecondità. I figli spirituali che il Signore dà ad ogni sacerdote, quelli che ha battezzato, le famiglie che ha benedetto e aiutato a camminare, i malati che sostiene, i giovani con cui condivide la catechesi e la formazione, i poveri che soccorre… sono questa “Sposa” che egli è felice di trattare come prediletta e unica amata e di esserle sempre nuovamente fedele. E’ la Chiesa viva, con nome e cognome, di cui il sacerdote si prende cura nella sua parrocchia o nella missione affidatagli, è essa che gli dà gioia quando le è fedele, quando fa tutto ciò che deve fare e lascia tutto ciò che deve lasciare pur di rimanere in mezzo alle pecore che il Signore gli ha affidato: «Pasci le mie pecore» (Gv 21,16.17).
La gioia sacerdotale è una gioia che ha come sorella l’obbedienza. Obbedienza alla Chiesa nella Gerarchia che ci dà, alla parrocchia che non scegliamo noi, ma a  cui veniamo inviati per servire,  agli incarichi particolari che vengono affidati. Ma soprattutto l’unione con Dio Padre, dal quale deriva ogni paternità. Ma anche l’obbedienza alla Chiesa nel servizio: disponibilità e prontezza per servire tutti, sempre e nel modo migliore.



Colui che è chiamato sappia che esiste in questo mondo una gioia genuina e piena: quella di essere preso dal popolo che uno ama per essere inviato ad esso come dispensatore dei doni e delle consolazioni di Gesù, l’unico Buon Pastore che, pieno di profonda compassione per tutti i piccoli e gli esclusi di questa terra, affaticati e oppressi come pecore senza pastore, ha voluto associare molti al suo ministero per rimanere e operare Lui stesso, nella persona dei suoi sacerdoti, per il bene del suo popolo.
In questo Giovedì Santo, in cui vedo tanti ragazzi che partecipano alla celebrazione e che ringrazio per essere venuti, chiediamo al Signore Gesù che faccia scoprire a molti giovani il dono della chiamata al sacerdozio o alla vita religiosae che trovi pronta e gioiosa risposta alla sua chiamata.
In questo Giovedì Santo chiediamo al Signore Gesù che conservi il brillare gioioso negli occhi tutti i sacerdoti che annunciano il Vangelo, che preparano l’omelia, che celebrano con devozione la S. Messa, che amministrano con fede i sacramenti e che servono con  carità. Conserva Signore nei tuoi giovani sacerdoti la gioia della partenza, di fare ogni cosa come nuova, la gioia di consumare la vita per te.
In questo Giovedì sacerdotale chiediamo al Signore Gesù di confermare la gioia sacerdotale di quelli che hanno parecchi anni di ministero, in questo contesto vogliamo fare gli auguri in modo particolare a don Magloire con dieci anni di messa, a monsignor Nicola Giampietro per il suo venticinquesimo, a don Eustachio per il suo cinquantesimo e a don Panfilo per il sessantesimo di sacerdozio.   Conserva Signore la profondità e la saggia maturità della gioia dei preti adulti. Sappiano pregare come Neemia: “la gioia del Signore è la mia forza” (cfr Ne 8,10).



Infine, in questo Giovedì sacerdotale, chiediamo al Signore Gesù che risplenda la gioia dei sacerdoti anziani, sani o malati. E’ la gioia della Croce, che promana dalla consapevolezza di avere un tesoro incorruttibile in un vaso di creta che si va disfacendo. Sappiano stare bene in qualunque posto, sentendo nella fugacità del tempo il gusto dell’eterno (Guardini). Sentano, Signore, la gioia di passare la fiaccola, sorridendo e con mitezza, le promesse, in quella speranza che non delude.
Con la Vergine Maria, che tiene sotto la sua protezione ciascuno di noi, cantiamo con gioia il magnificat per le opere grandi che il Signore ha compiuto in noi. I Santi Patroni ci accompagnino e ci proteggano. Amen.



Share

Informativa

Questo sito o gli strumenti terzi da questo utilizzati si avvalgono di cookie necessari al funzionamento ed utili alle finalità illustrate nella cookie policy. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie.
Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all’uso dei cookie.