La Cappella Pamphiliana e il Coro dell’Arciconfraternita della Santissima Trinità in concerto all’Annunziata


La chiesa dell’Annunziata era stracolma di persone, per il concerto della Cappella Pamphiliana e per il Coro dell’Arciconfraternita della Santissima Trinità del Venerdì Santo, diretti dal maestro Alessandro Sabatini con la collaborazione di Mirco Caruso, con la partecipazione dell’orchestra  composto da musicisti del territorio peligno. Un momento di elevazione musicale di alto profilo. Ha presentato il concerto Giuseppe Fuggetta che a sua volta ha rivolto i ringraziamenti al cappellano don Gilberto, al rettore Antonio Di Nino, a tutta l’Arciconfraternita, al Sindaco e autorità presenti e infine  a  Pasquale Giannantonio, che ha consegnato all’Arciconfraternita la sua tesi di laura “120 Garofani rossi, la processione e il Coro del Venerdì santo”.




Dopo il concerto della Cappella Pamphiliana il vescovo è stato invitato a tenere una riflessione che di seguito viene riportata:
“Cari fratelli e sorelle, il canto del Coro,  con le voci delicate e forti, le struggenti note musicali, fanno vibrare qualcosa dentro di noi ciò che porta a commuoverci fino alle lacrime.
I canti e le musiche segno di bellezza, sono espressione di un sentimento, ma soprattutto di una fede, di un abbandono in Dio che è sempre vicino a chi ha il cuore spezzato dalla sofferenza. Quante sofferenze nella nostra vita, quelle che viviamo direttamente e quelle indirettamente portate dai nostri cari o da persone amiche o dall’umanità intera, soprattutto quella innocente. (Sofferenze del terrorismo, pensiamo alla nostra cara Fabrizia Di Lorenzo, vittima del terrorismo a Berlino, Emanuele ucciso barbaramente ad Alatri, i tanti femminicidi, le sofferenze di tanti uomini e donne vittime delle guerre e di tanti bambini innocenti, sofferenze per fame, per sete, per malattie…e potremmo continuare).



La sofferenza, prima o poi, bussa alla porta di casa delle persone ed entra, la maggior parte delle volte, senza chiedere permesso.
All'interno di ogni singola sofferenza provata dall'uomo e, parimenti, alla base dell'intero mondo delle sofferenze appare inevitabilmente l'interrogativo: perché? E' un interrogativo circa la causa, la ragione, ed insieme un interrogativo circa lo scopo, ma  a che serve soffrire, perché?
Il dolore, specie quello fisico, è ampiamente diffuso nel mondo degli animali. Però solo l'uomo, soffrendo, sa di soffrire, ne ha coscienza, e se ne chiede il perché; e soffre in modo umanamente ancor più profondo, se non trova soddisfacente risposta.
 
Questa è una domanda difficile, così come lo è un'altra, molto affine, cioè quella intorno al male. Perché il male? Perché il male nel mondo?
Alla domanda sul perché della sofferenza, l’uomo non riesce a trovare una risposta esaustiva, nonostante il pensiero umano da secoli indaga su questo mistero. 
L'uomo può rivolgere un tale interrogativo a Dio con tutta la commozione del suo cuore e con la mente piena di stupore e di inquietudine; e Dio aspetta la domanda e l'ascolta, come vediamo nella Rivelazione. La risposta Dio la dà, non con le parole, ma con un evento, con una persona, il suo Figlio, Gesù Cristo: « Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna »(Gv3,16).
Queste parole, pronunciate da Cristo nel colloquio con Nicodemo, ci introducono nel centro stesso dell'azione salvifica di Dio. Questa è la dimensione della Redenzione.
Dio dà il suo Figlio unigenito, affinché l'uomo « non muoia », e il significato di questo « non muoia» viene precisato accuratamente dalle parole successive: « ma abbia la vita eterna ».



Quando è che l’uomo muore?
L'uomo « muore », quando perde « la vita eterna ». Il contrario della salvezza non è, quindi, la sola sofferenza temporale, una qualsiasi sofferenza, ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, l'essere respinti da Dio, e quindi, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato all'umanità per proteggere l'uomo, prima di tutto, contro questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva.
Ad ogni modo Cristo si è avvicinato soprattutto al mondo dell'umana sofferenza per il fatto di aver assunto egli stesso questa sofferenza su di sè. Durante la sua attività pubblica provò non solo la fatica, la mancanza di una casa, l'incomprensione persino da parte dei più vicini, ma, più di ogni cosa, venne sempre più circondato da un cerchio di ostilità e divennero sempre più chiari i preparativi per toglierlo di mezzo dai viventi. Cristo va incontro alla sua passione e morte con tutta la consapevolezza della missione che ha da compiere proprio in questo modo. Proprio per mezzo di questa sua sofferenza egli deve far sì «che l'uomo non muoia, ma abbia la vita eterna ». Proprio per mezzo della sua Croce deve toccare le radici del male, piantate nella storia dell'uomo e nelle anime umane con il peccato. Proprio per mezzo della sua Croce deve compiere l'opera della salvezza. Quest'opera, nel disegno dell'eterno Amore, ha un carattere redentivo.
Coloro che sono partecipi delle sofferenze di Cristo hanno davanti agli occhi il mistero pasquale della Croce e della risurrezione, nel quale Cristo discende, in una prima fase, sino agli ultimi confini della debolezza e dell'impotenza umana: egli, infatti, muore inchiodato sulla Croce. Ma se al tempo stesso in questa debolezza si compie la sua elevazione, confermata con la forza della risurrezione, ciò significa che le debolezze di tutte le sofferenze umane possono essere permeate dalla stessa potenza di Dio, quale si è manifestata nella Croce di Cristo.
In questa concezione, soffrire significa diventare particolarmente suscettibili, particolarmente aperti all'opera delle forze salvifiche di Dio, offerte all'umanità in Cristo. In lui Dio ha confermato di voler agire specialmente per mezzo della sofferenza, che è la debolezza e lo spogliamento dell'uomo, e di voler proprio in questa debolezza e in questo spogliamento manifestare la sua potenza. Con ciò si può anche spiegare la raccomandazione che l’apostolo Pietro faceva ai primi cristiani di Roma:« Ma se uno soffre come cristiano, non ne arrossisca; glorifichi anzi Dio per questo nome » (1 Pt. 4, 16).



La sofferenza è sempre una prova - a volte una prova alquanto dura -, alla quale viene sottoposta l'umanità. 
Occorre, pertanto, che sotto la Croce del Calvario idealmente convengano tutti i sofferenti che credono in Cristo e, particolarmente, coloro che soffrono a causa della loro fede in lui Crocifisso e Risorto, affinché l'offerta delle loro sofferenze affretti il compimento della preghiera dello stesso Salvatore per l'unità di tutti. Là pure convengano gli uomini di buona volontà, perché sulla Croce sta il « Redentore dell'uomo », l’Uomo dei dolori, che in sé ha assunto le sofferenze fisiche e morali degli uomini di tutti i tempi, affinché nell'amore possano trovare il senso salvifico del loro dolore e risposte valide a tutti i loro interrogativi.
Insieme con Maria, Madre di Cristo, che stava sotto la Croce, ci fermiamo accanto a tutte le croci dell'uomo d'oggi con la viva fede che Cristo ci ha amato soffrendo sino alla fine, che ci ha salvati e che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio.
Con questa convinzione di amore, di fede e di speranza allora il canto mentre ci riporta dentro le corde del cuore che vibrano, diventa portatore di speranza che l’ultima parola non è del male, non è della sofferenza, ma di Dio amante della vita dell’uomo che lo porta per mezzo della passione e morte di Cristo alla gloria della risurrezione, perché non muoia, ma abbia la vita eterna”. E’ sbagliato dire “La Pasqua Sulmonese” va detto “La Pasqua cristiana”, non c’è una pasqua sulmonese, ma la Pasqua cristiana, di Cristo, morto e risorto per noi. Possiamo però dire la pasqua cristiana a Sulmona”.

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