Lectio divina del vescovo in cattedrale: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”



Ogni giovedì il vescovo tiene la Lectio divina in cattedrale. Viene riportato il testo integrale della lectio su: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”.
“Beati i miti, perché erediteranno la terra” ( Mt 5,5)
“Tutto mi è stato dato dal Padre mio; nessuno conosce il Figlio se non il Padre, e nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare. [28] Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò.  [29] Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me, che sono mite e umile di cuore, e troverete ristoro per le vostre anime. [30] Il mio giogo infatti è dolce e il mio carico leggero”.(Matteo 11,27-29).


Nel discorso della montagna Gesù dice: “Beati i miti, perché erediteranno la terra”. Ma chi sono i miti a cui Gesù si riferisce? La parola greca “praesis” viene tradotta in italiano con due termini: i miti e i mansueti; in lingua francese: i dolci; alcuni traducono “coloro che non fanno alcuna” violenza”, “senza potere.
Ognuna di queste traduzioni mette in luce una componente vera, ma parziale della beatitudine. Bisogna tenerle insieme e non isolarne nessuna, per avere una idea della ricchezza originaria del termine evangelico.
Gesù proclama: “Beati i miti”, e, in un altro passo dello stesso vangelo di Matteo, esclama: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore”(Mt 11,29).
Da queste due espressioni deduciamo che le beatitudini non sono solo un bel programma etico che il Maestro traccia a tavolino, per coloro che lo seguono, ma sono il ritratto di Gesù. E’ lui il povero, il mite. Il puro di cuore, il perseguitato per la giustizia.
Questo ci offre l’occasione di mettere in luce le due diverse interpretazioni di fondo delle beatitudini evangeliche che sono state date nel corso della storia: l’interpretazione morale e l’interpretazione cristologica. Secondo l’interpretazione morale, con le beatitudini, Gesù traccia per i suoi discepoli un ideale di perfezione che trascende la legge, Le esigenze che esse pongono  possono parere a volte impraticabili, per questo non sono date come “precetti”, come “comandamenti”, ma appunto come “beatitudini”. Non indicano ciò che dobbiamo fare, ma ciò che non riusciamo a fare da soli. Sarebbero come uno specchio che mette in evidenza il peccato dell’uomo. Per cui  il discepolo di Gesù di fronte alle beatitudini si rende conto che non può praticarle con le sole sue forze senza la fiducia nella grazia di Cristo.
La chiave di lettura cristologica delle beatitudini ci dà fondamentalmente l’autoritratto di Gesù, ci dice chi è Gesù.
L’interpretazione cristologica e quella morale non vanno contrapposte l’una all’altra, ma vanno tenute unite, cioè considerare il Cristo come dono da ricevere mediante la fede, e, nello stesso tempo, come modello da imitare mediante le opere.
E’ la persona e la vita di Cristo che fanno delle beatitudini e dell’intero discorso della montagna qualcosa di più che una splendida utopia etica.
Se le beatitudini sono l’autoritratto di Gesù, ci chiediamo. Come Gesù ha vissuto la beatitudine della mitezza?
L’evangelista Matteo applica a Gesù le prole dette dal Servo di Dio in Isaia: “Non discuterà, né griderà, non spezzerà la canna incrinata e non spegnerà il lucignolo fumigante” (cf Mt 12,20). Il suo ingresso in Gerusalemme cavalcando un’asina è visto come esempio di re “mite” che rifugge da ogni idea di violenza e di guerra. La prova massima della mitezza di Cristo si ha nella sua passione. Nessun moto di ira, nessuna minaccia: “Oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta” (1Pt 2,23). Questo tratto delle persona di Cristo era così vivo nella memoria dei discepoli che S. Paolo scriveva ai Corinti: “Vi esorto per la mitezza e la benignità di Cristo” ( 2Cor 10,1). Ma Gesù ha fatto ben più che darci un esempio di mitezza e di pazienza eroica; ha fatto della mitezza e della non violenza il segno della vera grandezza. Questa non consisterà più nell’elevarsi solitari sugli altri, sulla massa, ma nell’abbassarsi per servire ed elevare gli altri. Sulla croce, dice s. Agostino, egli rivela che la vera vittoria non consiste nel fare vittime, ma nel farsi vittima. Leggiamo nel vangelo di Luca che un giorno, due discepoli di Gesù, Giacomo e Giovanni, non erano stati ricevuti in un certo villaggio di samaritani e dissero a Gesù: “Signore, vuoi che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?”,  ma Gesù si voltò e li rimproverò.
Ora cerchiamo di vedere come fare della beatitudine dei miti una luce per la nostra vita cristiana. C’è un applicazione pastorale della beatitudine dei miti che inizia già con la Prima Lettera di Pietro. Essa riguarda il dialogo con il mondo esterno: “Adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con mitezza e rispetto”. (1Pt 3,15-16).
Già nell’antichità c’erano due tipi di apologetica: Tertulliano (Adversus Judeos, contro i giudei) e Giustino (Dialogo con Trifone), uno mirava a vincere, l’altro a convincere. L’enciclica  Deus caritas est di Benedetto XVI è l’esempio luminoso di una via rispettosa e costruttiva dei valori cristiani che dà ragione della speranza cristiana “con mitezza e rispetto). Il martire S. Ignazio di Antiochia suggeriva ai cristiani del suo tempo, nei confronti del mondo esterno, questo atteggiamento sempre attuale: “Davanti alla loro ira, siate miti; di fronte alla loro boria, siate umili”. Il santo per eccellenza della mitezza e della dolcezza, san Francesco di Sales, soleva dire: “Siate più dolci che potete e ricordatevi che si prendono più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto”.
Dobbiamo imparare da Gesù, anche se qualcuno potrebbe obiettare: ma Gesù non si è mostrato sempre mite! Dice , per esempio, di non opporsi al malvagio, e “ a chi ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5,39). Quando però una delle guardie percosse lui sulla guancia, durante il processo davanti al Sinedrio, non è scritto che porse l’altra guancia, che con calma rispose: “Se ho parlato male, dimostrami dove è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23). Questo significa che nel discorso della montagna, non tutto va preso meccanicamente alla lettera. Nel caso del porgere l’altra guancia, per esempio, l’importante non è il gesto di porgere l’altra guancia (che a volte può apparire perfino provocatorio), ma  di non rispondere alla violenza con altra violenza, di vincere l’ira con la calma. IN questo senso, la sua risposta alla guardia è l’esempio di una mitezza divina.
Un altro dubbio va chiarito. Nello stesso discorso della montagna Gesù dice: “Chi dice al fratello stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna” (Mt5,22). Ora più volte nel vangelo Gesù si rivolge agli scribi e ai farisei chiamandoli “ipocriti, stolti e ciechi” (cf Mt 23,17); rimprovera i discepoli chiama doli “sciocchi, stolti e tardi di cuore” (Lc 24,25).            Anche qui la spiegazione è semplice. Bisogna distinguere tra l’ingiuria e la correzione. Gesù condanna le parole dette con rabbia e con l’intenzione di offendere il fratello, non quelle che mirano a fare prendere coscienza del proprio errore e a correggere. Un padre che dice al figlio: sei un indisciplinato, un disobbediente, non intende offenderlo, ma correggerlo. Quello che decide è se chi parla lo fa per amore o per odio.
Siamo giunti così al terreno proprio della beatitudine dei miti, il cuore. Gesù dice: “Imparate da me che sono mite ed umile di cuore”. La vera mitezza si decide lì. E’ dal cuore, dice, che provengono omicidi, cattiverie, calunnie (Mc 7,21-22), come dai ribollimenti interni del vulcano fuoriescono lava, cenere e lapilli infuocati. Le più grandi esplosioni di violenza, guerre e liti cominciano segretamente dalle “passioni che si agitano dentro il cuore dell’uomo” (cf Gc 4,1-2). Come esiste un adulterio del cuore, così esiste anche un omicidio del cuore: “Chiunque odia il proprio fratello è omicida” (1Gv 3,15). Non c’è solo violenza delle mani, c’è anche quella dei pensieri. Dentro di noi, se ci facciamo caso, si svolgono quasi in continuazione “processi a porte chiuse”.
Le beatitudini sono l’autoritratto di Gesù. Egli le ha vissute tutte in sommo grado; ma – e qui sta la buona notizia- non le ha vissute solo per sé, ma anche per tutti noi. Nei confronti delle beatitudini, non siamo chiamati solo all’imitazione, ma anche all’appropriazione. Nella fede possiamo attingere alla mitezza di Cristo, come dalla sua purezza di cuore e ogni altra virtù. Possiamo pregare per avere la mitezza, come s. Agostino pregava per avere la castità: “O Dio, tu mi comandi di essere mite; dammi ciò che mi comandi e comandami ciò che vuoi”.
“Rivestitevi, come amati di Dio, santi e diletti, di sentimenti di misericordia, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di pazienza” (Col 3,12), scriveva l’apostolo Paolo ai colossesi. La mansuetudine e la mitezza sono come un vestito che Cristo ci ha meritato e di cui, nella fede, possiamo ricoprirci. “Gesù mite e umile di cuore, rendi il nostro cuore simile al tuo”.


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