Le conclusioni e la relazione di Monsignor Bruno Forte al Convegno delle Chiese dell'Abruzzo e del Molise a Montesilvano



Convegno Ecclesiale delle Chiese di Abruzzo e Molise

 
“Sognate anche Voi questa Chiesa”
Con l’“Evangelii Gaudium” verso famiglia, giovani e poveri
Relazione introduttiva
di
+ Bruno Forte, Arcivescovo di Chieti-Vasto
Presidente della Conferenza Episcopale Abruzzese - Molisana
 
 
 
         Introduzione: Sognate anche Voi…
 
         I grandi testimoni della fede non hanno avuto paura di sognare, di parlare dei loro sogni e di giocare la loro vita per il sogno di cui li ha resi partecipi il Signore: da Giuseppe il “sognatore”, che libererà Israele dalla schiavitù d’Egitto, a Giuseppe il “giusto”, sposo di Maria, che si fiderà di quanto l’Angelo gli ha detto in sogno per accompagnare la straordinaria vicenda della Vergine Madre di Gesù, tanti hanno sognato il sogno di Dio nella storia della salvezza. Il sogno del Signore potrà trasformare anche noi, tante volte prigionieri della paura e della fatica di vivere, in coraggiosi prigionieri dell’amore, testimoni appassionati del Vangelo: ciò che occorre è che il sogno non sia proiezione dei nostri desideri, ma dono dall’alto, sogno “diurno” (come amava chiamarlo Ernst Bloch, il filosofo della speranza), un sogno, cioè, a occhi aperti, suscitato da Dio, che ispiri scelte e impegni di vita piena e vera. Sono tre i volti di questo tipo di sogno che vorrei richiamare: il sogno come speranza; il sogno che ci porta ad abbracciare la Croce; il sogno che ci rende fratelli nell’unico Corpo di Cristo, la Chiesa.
         Anzitutto, il sogno come speranza: tutti abbiamo bisogno di dare un senso alla nostra vita, in modo da poter leggere le opere e i giorni come segni di un unico sogno. Quale senso più bello e grande può esserci che quello di essere collaboratori di Dio per realizzare il Suo sogno di unità e riconciliazione fra gli uomini e tirare nel nostro presente qualcosa del domani della Sua promessa? Diceva un innamorato di Gesù, prigioniero di Lui come Paolo e sognatore non meno di lui, dom Helder Camara, il Vescovo dei poveri: “Beati quelli che sognano: apporteranno speranza a molti cuori e correranno il dolce rischio di vedere il loro sogno realizzato”. Beati noi se sapremo sognare e trovare nel sogno di Dio il senso della nostra vita, quella speranza che potrà darci ali come aquila per farci guardare sempre più in alto verso la bellezza che non tramonta, in modo che nulla tolga alle nostre scelte e ai nostri passi il sapore di dono e d’impegno che rende bella la vita!
         Il secondo aspetto che vorrei richiamare è quello del rapporto tra il sogno e la Croce: chi vive nella sequela di Gesù non è certo risparmiato dall’oscurità delle notti e delle prove della vita. A viverle, però, non è solo: Gesù è con lui. E quando si è con Cristo, dolori, prove e momenti bui si lasciano riconoscere come segni di un unico sogno d’amore, tappe e stagioni di un cammino che attraverso la Croce, accolta con fede, porta alla luce. “Beati quelli che sognano e sono pronti a pagare il prezzo più alto perché il loro sogno diventi realtà”: queste parole del Card. Leo J. Suenens, testimone convinto della profezia del Concilio Vaticano II, sono un invito a pagare il prezzo dell’amore per realizzare il progetto dell’Altissimo, che comunque non sarà mai superiore alle nostre forze, come ci assicura lo stesso Signore (cf. 1 Cor 10,13).
         Infine, vorrei invitarvi a sognare insieme: “Chi sogna da solo è un sognatore; se sogni insieme ad altri, il sogno comincia a diventare realtà”. C’è un luogo in cui è possibile imparare a sognare insieme e a vedere il sogno che poco a poco diventa realtà: questo luogo è la Chiesa, casa e scuola della comunione, in cui i singoli si scoprono uniti da uno stesso sogno, il sogno di Dio! Proveremo, allora, a “sognare” insieme i temi del nostro Convegno, unendoci al “sogno” di Colui che il Signore ha posto a guida del Suo popolo in questo nostro tempo: Papa Francesco. Con lui, ispirandoci specialmente all’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, manifesto programmatico del suo pontificato, ma anche ad altri suoi insegnamenti, guarderemo alle realtà della famiglia, dei giovani e dei poveri, per discernere le scelte che il Dio vivente ci chiede di compiere, dandoci la forza di attuarle.
         Perché questo avvenga, dobbiamo camminare insieme con fede, intelligenza e amore, uniti a Cristo e alla Chiesa tutta. “Amare - diceva il Piccolo Principe di Antoine de Saint-Exupéry - non significa stare a guardarsi negli occhi, ma guardare insieme verso la stessa meta”. Proviamo allora a sognare uniti guardando verso la stessa meta, e facciamolo invocando il Dio Trinità Amore con le parole che sant’Agostino, rapito dalla divina bellezza e sognando il sogno dei Tre che sono uno, pone alla fine della più tormentata, ma forse anche della più bella delle sue opere, il De Trinitate (15, 28, 51: PL 42,1098): Signore mio Dio, unica mia speranza, fa’ che stanco non smetta di cercarTi, ma cerchi il Tuo volto sempre con ardore. Dammi la forza di cercare, Tu che ti sei fatto incontrare e mi hai dato la speranza di sempre più incontrarTi. Davanti a Te sta la mia forza e la mia debolezza: conserva quella, guarisci questa. Davanti a Te sta la mia scienza e la mia ignoranza: dove mi hai aperto, accoglimi al mio entrare; dove mi hai chiuso, aprimi quando busso. Fa’ che mi ricordi di Te, che intenda Te, che ami Te. Amen!
 
 
         1. Con Papa Francesco sogniamo la famiglia
 
         Il primo tema del nostro sogno comune riguarda la famiglia, oggetto e protagonista delle due ultime assemblee del Sinodo dei Vescovi, quella straordinaria del 2014 e quella ordinaria del 2015, il cui messaggio è stato fatto proprio e arricchito da Papa Francesco nell’Esortazione Apostolica Amoris laetitia, pubblicata l’8 Aprile 2016. Dopo un iniziale ascolto della Parola di Dio, l’Esortazione esamina “la realtà e le sfide delle famiglie”, nella consapevolezza che “la realtà - come afferma l’Evangelii Gaudium ai nn. 231-233 - è più importante dell’idea”. Si osserva così che, se da una parte crescono l’individualismo e il timore dell’impegno “per sempre” in un quadro largamente diffuso di “cultura del provvisorio”, dall’altra si punta a una maggiore autenticità nelle relazioni personali all’interno delle famiglie, chiedendo “uno sforzo più responsabile e generoso nel presentare le ragioni e le motivazioni per optare in favore del matrimonio e della famiglia, così che le persone siano più disposte a rispondere alla grazia che Dio offre loro” (n. 35). La Chiesa, perciò, “deve avere una cura speciale per comprendere, consolare, integrare, evitando di imporre una serie di norme come se fossero delle pietre, ottenendo con ciò l’effetto di far sentire [le persone] giudicate e abbandonate proprio da quella Madre che è chiamata a portare loro la misericordia di Dio” (n. 49: cf. pure Evangelii Gaudium, n. 67).
         Il capitolo dell’Amoris laetitia intitolato “L’amore nel matrimonio”, costituisce, poi, una splendida meditazione sull’inno alla carità della prima lettera ai Corinzi di Paolo (1 Cor 13, specie 4-7). Papa Francesco si sofferma a precisare il senso delle espressioni di questo testo, per offrirne un’applicazione all’esistenza concreta di ogni famiglia: richiama così la pazienza (n. 92), l’amabilità (n. 99), il perdono (n. 108), la capacità di rallegrarsi con l’altro, di scusarsi, di dare fiducia (n. 115). L’Esortazione prosegue poi sottolineando l’esigenza di crescere continuamente nella carità coniugale (nn.120ss) con spunti di grande concretezza come, ad esempio, le riflessioni sull’importanza dello sguardo rivolto all’altro (n. 128) o il richiamo delle tre parole “permesso, grazie, scusa”, che alimentano l’amicizia, di cui si nutre l’amore (n. 133). La famiglia è proposta come scuola di umanità (cf. Gaudium et Spes 52), di socialità, di ecclesialità e di relazione profonda e vivificante con Dio, chiamata a diventare tale continuamente: “Si tratta di generare processi più che dominare spazi… Quello che interessa principalmente è generare… processi di maturazione della libertà, di preparazione, di crescita integrale, di coltivazione dell’autentica autonomia” (n. 261).
         La vita familiare va valorizzata come primario e fondamentale contesto educativo (nn. 274ss): “La famiglia è l’ambito della socializzazione primaria, perché è il primo luogo in cui si impara a collocarsi di fronte all’altro, ad ascoltare, a condividere, a sopportare, a rispettare, ad aiutare, a convivere. Il compito educativo deve suscitare il sentimento del mondo e della società come ambiente familiare, è un’educazione al saper abitare, oltre i limiti della propria casa. Nel contesto familiare si insegna a recuperare la prossimità, il prendersi cura, il saluto” (n. 276). Soprattutto, in una famiglia cristiana “l’educazione dei figli dev’essere caratterizzata da un percorso di trasmissione della fede” (n. 287). Dove tutto questo non avvenisse e si facesse esperienza dell’amore ferito e dei suoi fallimenti, è necessario da parte della comunità cristiana accompagnare, discernere e integrare la fragilità: “La Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta. Non dimentichiamo che spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo” (n. 291).
         In riferimento alle convivenze e alle unioni di fatto l’Esortazione - ribadendo con chiarezza l’esigenza per i discepoli di Cristo chiamati al matrimonio di unirsi stabilmente nel vincolo nuziale - invita ad affrontare “tutte queste situazioni in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo” (n. 294). In questa linea, Papa Francesco si rifà all’insegnamento di San Giovanni Paolo II circa la “legge della gradualità”, che “non è una gradualità della legge, ma una gradualità nell’esercizio prudenziale degli atti liberi in soggetti che non sono in condizione di comprendere, di apprezzare o di praticare pienamente le esigenze oggettive della legge” (n. 295). Riguardo, poi, alle situazioni dette “irregolari” o “ferite” l’Esortazione oppone la logica dell’emarginazione a quella dell’integrazione, l’unica che sia conforme alla misericordia rivelata in Cristo (n. 296): “Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia immeritata, incondizionata e gratuita. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo!” (n. 297).
         L’accoglienza, l’accompagnamento e il discernimento in vista dell’opportuna integrazione di ciascuno nella vita della comunità ecclesiale sono la scelta pastorale che l’Esortazione chiede a tutta la Chiesa (nn. 298-300). Piuttosto che offrire una nuova normativa di tipo canonico, impossibile a formularsi di fronte alla varietà e complessità delle situazioni, il Papa incoraggia “a un responsabile discernimento personale e pastorale dei casi particolari, che dovrebbe riconoscere che, poiché il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi” (n. 300). Questo discernimento, affidato in particolare ai pastori, dovrà coniugare fedeltà alla dottrina della Chiesa e attenzione alle situazioni concrete e al peso delle circostanze attenuanti (cf. nn. 301ss). Realismo e immaginazione, concretezza ed evocazione, si trovano mescolati nell’Esortazione, in cui si avverte che Francesco è pastore da anni esercitato nel parlare alla gente bisognosa di amare e di essere amata. Così si rivolge ai fidanzati: “Cari fidanzati, abbiate il coraggio di essere differenti, non lasciatevi divorare dalla società del consumo e dell’apparenza. Quello che importa è l’amore che vi unisce, fortificato e santificato dalla grazia” (n. 212). E riguardo ai giovani sposi dice: “I giovani sposi vanno stimolati a crearsi delle proprie abitudini, che offrono una sana sensazione di stabilità e di protezione, e che si costruiscono con una serie di rituali quotidiani condivisi. È buona cosa darsi sempre un bacio al mattino, benedirsi tutte le sere, aspettare l’altro e accoglierlo quando arriva, uscire qualche volta insieme, condividere le faccende domestiche” (n. 226). La voce che qui parla si leva dalla cattedra dell’esperienza illuminata dalla fede viva e dalla carità premurosa.
         Quali scelte pastorali tutto questo richiede alle nostre comunità? A quali risorse essa potrà ricorrere e quali strumenti dovrà impiegare? Una prima risposta invita alla libertà dalla fretta e dall’attivismo ad ogni costo: “Il tempo è superiore allo spazio” (EG 222-225). Non è difficile costatare come spesso le nostre esperienze di pastorale familiare non siano adeguate, né le nostre comunità “disposte” alla conversione pastorale richiesta da Papa Francesco, nonostante i sinceri sforzi vissuti anche nel campo della formazione. Ci chiediamo: che cosa fare per elevare la qualità della nostra vita comunitaria così da poter accogliere, accompagnare e integrare chi ne ha bisogno, seguendo le indicazioni di Amoris Laetitia? Le nostre esperienze di “pastorale familiare” sono ancora adeguate al mutato contesto socio-culturale che investe la vita di coppia e di famiglia? Ci sono iniziative che in questo senso possiamo condividere?
         Alcune scelte sembrano possibili, alla luce del principio ribadito da Francesco che “il tutto è superiore alla parte” (cf. EG 234-237): vanno evitate “scorciatoie pastorali” che non ci aiutano a incontrare le persone, ad ascoltare le loro storie, a condividere la loro ricerca di felicità. Va evidenziato come i comportamenti e gli stili di vita nelle relazioni affettive richiedano spesso da parte della Chiesa una chiara presa di posizione. Sarà necessario altre volte “sospendere il giudizio” e intraprendere attenti percorsi di “discernimento”. In particolare, va verificato l’impegno profuso nella preparazione al matrimonio, nella sua celebrazione e nella catechesi dell’iniziazione cristiana dei figli, mentre occorrerà domandarsi quali opzioni possano ritenersi necessarie per una “nuova prassi pastorale” alla luce del capitolo VIII di Amoris Laetitia, in vista di una vera conversione di mentalità. Sono le sfide che l’Esortazione apostolica lancia a tutta la Chiesa e che dobbiamo raccogliere anche in questo Convegno, in uno sforzo corale di rinnovamento, di conversione di mentalità e di scelte d’azione.
 
 
         2. Con l’“Evangelii Gaudium” sogniamo un nuovo impegno d’amore verso i giovani e con loro
 
         È lucida e precisa la valutazione che l’Evangelii Gaudium dà dell’azione della Chiesa verso le nuove generazioni: “La pastorale giovanile, così come eravamo abituati a svilupparla, ha sofferto l’urto dei cambiamenti sociali. I giovani, nelle strutture abituali, spesso non trovano risposte alle loro inquietudini, necessità, problematiche e ferite. A noi adulti costa ascoltarli con pazienza, comprendere le loro inquietudini o le loro richieste, e imparare a parlare con loro nel linguaggio che essi comprendono. Per questa stessa ragione le proposte educative non producono i frutti sperati. La proliferazione e la crescita di associazioni e movimenti prevalentemente giovanili si possono interpretare come un’azione dello Spirito che apre strade nuove in sintonia con le loro aspettative e con la ricerca di spiritualità profonda e di un senso di appartenenza più concreto. È necessario, tuttavia, rendere più stabile la partecipazione di queste aggregazioni all’interno della pastorale d’insieme della Chiesa” (n. 105). Papa Francesco aggiunge: “Anche se non sempre è facile accostare i giovani, si sono fatti progressi in due ambiti: la consapevolezza che tutta la comunità li evangelizza e li educa, e l’urgenza che essi abbiano un maggiore protagonismo” (n. 106).
         Il primo passo da compiere è l’ascolto: “Ogni volta che cerchiamo di leggere nella realtà attuale i segni dei tempi, è opportuno ascoltare i giovani… [Essi ]ci chiamano a risvegliare e accrescere la speranza, perché portano in sé le nuove tendenze dell’umanità e ci aprono al futuro, in modo che non rimaniamo ancorati alla nostalgia di strutture e abitudini che non sono più portatrici di vita nel mondo attuale” (n. 108). Nel cammino preparatorio al nostro Convegno, è stato evidenziato come “i giovani dell’Abruzzo e del Molise chiedono alla Chiesa di essere più presente nelle realtà concrete della vita attraverso un'azione che non sia fatta di singoli eventi, ma che abbia a cuore la quotidianità che essi vivono, senza separare la fede dalla vita di tutti i giorni. Inoltre, sembra essere un’esigenza pressante quella di una maggiore fermezza e presa di posizione sui temi rilevanti che costituiscono il cuore del dibattito pubblico e la vita delle realtà sociali. Per quanto riguarda i giovanissimi, è un fatto acclarato che, dopo il sacramento della Cresima, smettano di frequentare e partecipare alla vita della parrocchia. Ci domandiamo se sia ancora perseguibile il modello catechistico che prevede la ricezione del sacramento della Cresima in età adolescenziale”. Con lo stesso atteggiamento di ascolto a tutto campo, è stato evidenziato come “i problemi principali che i giovani tra i 25 e i 30 anni incontrano nelle nostre realtà diocesane sono la mancanza di lavoro e di prospettive per il futuro. Ma questo è anche un problema (di cui non si parla abbastanza) per chi è ancora nella fase dello studio o della preparazione e sa che il futuro è pieno di incognite”. Troppo spesso ai ragazzi e ai giovani viene rubata la speranza!
         Riguardo al rapporto con la Chiesa si rileva come i nostri giovani sognino una comunità non ingessata, che si faccia loro compagna di viaggio, una Chiesa che li ascolti prima di giudicare e parli il loro linguaggio. I giovani vogliono essere spronati a condividere e testimoniare la loro fede: durante la Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia, ad esempio, alcuni giovani hanno scoperto che magari proprio il loro compagno di scuola era cristiano, cosa che fino ad allora non sapevano perché forse in massa si erano vergognati di dichiararsi discepoli di Gesù. Una particolare attenzione va data ai giovani “lontani”, quelli che non frequentano la vita ecclesiale: bisognerebbe raggiungerli nei luoghi in cui vivono per annunciare loro la bellezza del Vangelo e aiutarli in percorsi di scoperta gioiosa del Signore e di crescita nella fede. Nascono, così, interrogativi urgenti: la Chiesa che cosa offre a questi giovani? Come può far fronte alle loro esigenze? Come si fa vicina a loro e li accoglie? Una risposta è a volte data dalle diverse aggregazioni ecclesiali, che andrebbero seguite in modo più attento da chi ha responsabilità all’interno della comunità. Si avverte inoltre l’esigenza diffusa di lavorare sempre più in modo unitario fra parrocchie, associazioni e movimenti per confrontarsi, scambiarsi idee e fare scelte comuni.
         È stato osservato come il tema della prossima assemblea generale ordinaria del Sinodo dei vescovi del 2018 “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” intenda stimolare le comunità ad “accompagnare i giovani nel loro cammino esistenziale verso la maturità affinché, attraverso un processo di discernimento, possano scoprire il loro progetto di vita e realizzarlo con gioia, aprendosi all’incontro con Dio e con gli uomini e partecipando attivamente all’edificazione della Chiesa e della società”. Siamo tutti invitati a porci in ascolto dei giovani, in primo luogo intercettandoli nel loro cammino di vita cristiana, con attenzione al “discernimento vocazionale” che riguarda tutte le scelte di vita. La sfida costituita dalla realtà giovanile chiama la Chiesa a “uscire” dall’autoreferenzialità, per incontrare i giovani e chi nella nostra società li ha veramente a cuore, dialogando con tutti i possibili interessati. L’auspicio è che non si guardi al Sinodo come a un evento lontano, verso cui restare semplici spettatori, ma che ci si senta coinvolti e si accompagnino i giovani a esserne protagonisti. In tal senso, il Sinodo dovrà essere anche un’esperienza di amicizia cristiana e di fraternità: un camminare insieme verso Gesù e con Gesù nella Chiesa. Ci chiediamo: le comunità parrocchiali, le realtà associative e i movimenti sono ancora capaci di suscitare interesse tra i giovani? Dal nostro punto di vista e in base alla nostra esperienza, che contributo potrà apportare al mondo giovanile il Sinodo indetto da Papa Francesco? E come i giovani potranno esserne effettivi protagonisti?
         È poi necessario chiederci come oggi i giovani immaginano la Chiesa: nel lavoro preparatorio al nostro Convegno si è evidenziato che essi sognano una Chiesa capace di essere umana, di vivere la presenza di Gesù in ogni situazione e di aiutarli a credere in Lui nel quotidiano, perfino nelle contraddizioni della vita. I giovani sembrano desiderare una Chiesa che non escluda nessuno, in cui tutti siano in cammino e che riconosca come unica cartina da tornasole il Vangelo: una Chiesa che vada incontro all’uomo così com’è, perché nella piena libertà possa incontrare Gesù. Una Chiesa che aiuti l’uomo a essere e volersi umano davanti a Dio e con Lui, capace di obbedire al Signore cercando nel Suo amore le risposte a tante situazioni che ci mettono in crisi nel mondo e sapendo camminare anche con chi ha una strada diversa, senza perdere se stessa e senza rinunciare a dialogare con la diversità. I giovani vogliono una Chiesa che confidi solo in Dio e sia gioiosa perché è Lui che le dona la gioia, una comunità cristiana che si assuma con passione il compito di educarli, guidarli e accompagnarli verso una religione che non sia lettera morta, bensì sia fonte di luce e speranza nella vita di tutti i giorni.
         Sul piano pratico, ciò significa per tutti noi vivere una presenza quotidiana e costante accanto ai nostri giovani, attraverso forme di aggregazione culturali e religiose che li aiutino a sognare e a impegnarsi in modo autentico e fecondo. Bisogna aiutare i giovani a riacquistare fiducia, entrando in un processo di miglioramento delle proprie condizioni e di rigenerazione del Paese. Occorre una nuova missione verso il mondo giovanile, in cui i nostri ragazzi siano chiamati a “compromettersi” per Gesù nei luoghi della loro vita: scuola, università, lavoro, centri Caritas, luoghi di svago. In questo senso va colto l’invito di Papa Francesco a dare un “maggiore protagonismo” (EG 106) ai giovani. Dobbiamo chiederci: come possiamo concretizzare quest’invito del Papa nel nostro territorio e nei nostri ambienti ecclesiali? Un dato è certo: quando la comunità ecclesiale riesce a condividere la vita dei suoi giovani, è allora che acquisisce l’autorevolezza per dire loro sia le parole più facili da accogliere, sia le parole “scomode” che l’obbedienza al Vangelo chiede di proferire. Una Chiesa incarnata ha il compito di far crescere la comunione con e fra i giovani cristiani, perché a loro volta essi siano segno e strumento di un modo diverso di impostare le relazioni tanto all’interno della comunità ecclesiale, quanto nella vita sociale.
         Un’altra dimensione in cui i giovani chiedono più o meno esplicitamente di essere accompagnati dalla comunità ecclesiale è quella del discernimento: un territorio come il nostro, esposto a non poche difficoltà socio-economiche, offre prospettive innanzitutto a giovani che, oltre ad avere qualificate competenze di studio e professionali, sono sorretti da tenacia e capacità di perseveranza nei progetti che perseguono. Se ogni cammino autenticamente umano è anche cristiano, come non vedere qui un appello per la comunità ecclesiale a promuovere il consolidamento morale e spirituale dei nostri giovani, affinché essi, con la luce e la forza della fede, abbiano quella marcia in più che consenta loro di sperare e lottare serenamente anche in mezzo a situazioni particolarmente complesse? È significativo che il lavoro preparatorio al nostro Convegno abbia evidenziato come i nostri giovani sognino una Chiesa attenta ai bisogni del luogo e che non dimentichi la sua vocazione missionaria globale. Alcuni ragazzi hanno detto a quanti preparavano il materiale di riflessione per il nostro Convegno: “Noi giovani sogniamo una Chiesa dove vescovi e sacerdoti non abbiano più paura di sporcarsi le mani con noi. Sogniamo una Chiesa dalla parte degli ultimi e libera da ogni condizionamento che ne infici il messaggio. Sogniamo una Chiesa che abbia il coraggio non solo di essere madre che educa, ma anche sorella con cui camminare e figlia che sappia ascoltare, aperta alle dimensioni del mondo”.
         Va infine onestamente riconosciuto come i nostri giovani spesso non riescano a riconoscere nelle parrocchie cammini a misura di giovane: anche se in tanti dei nostri presbiteri i giovani trovano un riferimento da amare e stimare, non sempre nei parroci e nei sacerdoti in genere riconoscono un esempio che li porti a dire “vorrei essere come loro”. Essi non si accontentano delle mezze misure e sognano una Chiesa radicalmente cristiana, che non solo dica “questo non si deve fare”, ma spieghi loro il perché, mostrando con l’eloquenza della vita ciò che va fatto, una Chiesa amica, che non viva solo di tradizioni, anche se è nelle tradizioni più autentiche che si trova il miglior collante tra passato e futuro. È stato pure rilevato come i giovani siano spesso disillusi: dalla storia e dall’attualità imparano che molte persone che volevano cambiare il mondo in realtà non l’hanno fatto e si sono anzi assuefatti a quanto criticavano. Spesso fragili, molti fra i nostri ragazzi puntano a valori puramente estetici o di successo, che comunque non li appagano. Spesso essi si guardano allo specchio e non si piacciono: anche per questo desiderano un cristianesimo che non sia da sacrestia, ma che renda la vita davvero significativa e bella.
         I giovani cercano in realtà un senso alla loro vita e spesso la società offre in risposta modelli sbagliati. Per questo, i giovani hanno bisogno di qualcuno che dica loro dei “Sì” e dei “No” credibili: essi vogliono una Chiesa che li educhi e non li vizi. Le nuove generazioni, certo, sono affamate di occasioni per mettersi in campo con le proprie idee e la propria energia positiva. Dove si creano spazi di opportunità, i giovani sono pronti a mettersi in gioco, anche se spesso non trovano il supporto adatto per ottenere successo. Se pensiamo ai nostri nonni o ai nostri genitori possiamo dire che anche loro hanno vissuto periodi critici che corrispondevano a quelli che stava attraversando il Paese, ma si sentivano “costruttori” del loro futuro. Oggi, in un momento di diffusa crisi e fragilità del mondo adulto, bisogna dare atto a tanti giovani che nonostante la precarietà negli affetti, sul lavoro e riguardo al futuro, non si sono persi d’animo e hanno cercato di inventarsi nuove strade. È nella complessità di questo quadro che dovremo sognare e vivere il nostro essere Chiesa dei giovani e per i giovani: quali scelte compiere in tal senso? Quali passi suggerire? Il nostro Convegno è chiamato a dare risposta anche a queste domande…
        
 
         3. Con l’“Evangelii Gaudium” sogniamo una Chiesa povera e per i poveri
 
Papa Francesco non cessa di raccomandare l’attenzione ai poveri, l’impegno con loro e per loro e lo stile di una Chiesa povera. Afferma in Evangelii Gaudium: “Per capire la realtà [dei poveri] c’è bisogno di avvicinarsi ad essa con lo sguardo del Buon Pastore, che non cerca di giudicare, ma di amare. Solamente a partire dalla connaturalità affettiva che l’amore dà possiamo apprezzare la vita teologale presente nella pietà dei popoli cristiani, specialmente nei poveri” (n. 125). Dallo sguardo ricco d’amore e di fede rivolto ai poveri, nasce l’urgenza di operare per la loro inclusione sociale: “Dalla nostra fede in Cristo fattosi povero, e sempre vicino ai poveri e agli esclusi, deriva la preoccupazione per lo sviluppo integrale dei più abbandonati della società” (n. 186). Ne risulta che “ogni cristiano e ogni comunità sono chiamati a essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società; questo suppone che siamo docili e attenti ad ascoltare il grido del povero e soccorrerlo” (n. 187). Ciò “richiede di creare una nuova mentalità che pensi in termini di comunità, di priorità della vita di tutti rispetto all’appropriazione dei beni da parte di alcuni” (n. 188).
Afferma ancora Papa Francesco nell’Evangelii Gaudium: “Nel cuore di Dio c’è un posto preferenziale per i poveri, tanto che Egli stesso «si fece povero» (2 Cor 8,9). Tutto il cammino della nostra redenzione è segnato dai poveri” (n. 197). Perciò, “per la Chiesa l’opzione per i poveri è una categoria teologica prima che culturale, sociologica, politica o filosofica” (n.198). “Senza l’opzione preferenziale per i più poveri, l’annuncio del Vangelo, che pur è la prima carità, rischia di essere incompreso o di affogare in quel mare di parole a cui l’odierna società della comunicazione quotidianamente ci espone” (199). Nel messaggio per la Quaresima 2017 Papa Francesco afferma: “Il povero alla porta del ricco non è un fastidioso ingombro, ma un appello a convertirsi e a cambiare vita”. Riferendosi alla parabola evangelica di Lazzaro, il Papa aggiunge: “Il primo invito che ci fa questa parabola è quello di aprire la porta del nostro cuore all’altro, perché ogni persona è un dono, sia il nostro vicino sia il povero sconosciuto”. A opporsi a questa scelta c’è “l’avidità del denaro”, che “può arrivare a dominarci, così da diventare un idolo tirannico”. Per l’uomo corrotto dalle ricchezze “non esiste altro che il proprio io, e per questo le persone che lo circondano non entrano nel suo sguardo”. In realtà, “la radice dei suoi mali è il non prestare ascolto alla parola di Dio; questo lo ha portato a non amare più Dio e quindi a disprezzare il prossimo… Chiudere il cuore al dono di Dio che parla ha come conseguenza il chiudere il cuore al dono del fratello”.
         Nell’affrontare la povertà e i progetti messi in campo per combatterla occorre anzitutto, però, analizzare le cause che la creano. Sia a livello nazionale, che nella nostra Regione ecclesiastica, i dati pubblicati di recente dall’Associazione per lo sviluppo dell'industria nel Mezzogiorno (Svimez) sono preoccupanti: gli indicatori socio-economici dicono con chiarezza che la crisi industriale delle regioni meridionali, soprattutto nel settore manifatturiero, è stata davvero pesante ed ha visto gli investimenti addirittura dimezzarsi. Il il 62% degli abitanti al Sud ha guadagnato lo scorso anno meno di dodicimila euro rispetto ai 28,5% del Centro-Nord. Il numero degli occupati nel 2014, a livello più basso dal 1977, era di 5,8 milioni e il rischio di povertà coinvolge ormai un abitante su tre, a differenza del Nord dove lo stesso indice è di uno su dieci. In Abruzzo, stando ai dati ISTAT 2015-2016, il tasso di occupazione giovanile fra i 15 e i 24 anni è del 13,3% ; quello di disoccupazione è del 48,1%; i NEET (acronimo inglese di Not (engaged) in Education, Employment or Training, a indicare giovani non impegnati nello studio, nel lavoro o nella formazione) sono fra i 15 e i 29 il 26,9%. In Molise gli stessi tassi sono rispettivamente dell’11,7% e del 42,7%, mentre i NEET sono al 25%. Anche chi ha investito di più sulla propria formazione spesso risulta inadeguato rispetto alle esigenze del mondo del lavoro, tant’è che circa la metà dei giovani lavoratori diplomati e laureati si trova a svolgere un lavoro non coerente col proprio titolo di studio.
         È così che quattro giovani su dieci tra i 25 e 34 anni vivono ancora nella famiglia d’origine. Il 45% dichiara di restare in famiglia perché non ha un lavoro e/o non può mantenersi autonomamente. La disoccupazione giovanile e il precariato risultano essere il dramma più grande che oramai vivono tutte le famiglie. La mancanza di lavoro è “il” problema, che colpisce in questo momento la maggior parte delle famiglie, sviluppando una nuova povertà. Ci sono una forte mobilità, un forte precariato, e molto lavoro nero o sottopagato, che genera un’instabilità psicologica e relazionale nelle persone, rendendo più difficile il pensare a prospettive per il futuro, come quella di formare una famiglia. A tutto questo, va aggiunta la situazione drammatica delle zone colpite dal terremoto e dalle calamità legate alla neve, dove è stata emergenza nell’emergenza. La Confederazione italiana agricoltori parla già di oltre 700 milioni di euro tra danni alle produzioni e alle strutture e mancata commercializzazione: e si tratta di stime provvisorie. Non occorre molto per capire che la differenza di reddito tra un manager, un politico, un professionista, un industriale e un operaio pagato con i voucher o un disoccupato è davvero inaccettabile sul piano della giustizia sociale e che alcune retribuzioni pensionistiche sono semplicemente scandalose in confronto all’indigenza di tanti.
         Accanto al fenomeno della povertà, c’è poi il fenomeno dello spreco. Esso stride con la povertà di tanti: oltre sette milioni, l’11,8% della popolazione, sono le persone che non si possono permettere un pasto adeguato almeno ogni due giorni e la percentuale sale al 17,4% nel Mezzogiorno (Fonte Coldiretti). Nel 2015 ogni italiano ha gettato nella spazzatura ben 76 chili di cibo, ai quali si aggiungono gli sprechi legati all’intera filiera (agricoltura, trasformazione, distribuzione commerciale, consumo, ristorazione) per un valore complessivo di 12,5 miliardi. Occorre qui impostare un lavoro di educazione alla sobrietà e all’uso ragionato delle risorse e dell’alimentazione: è questo un ambito di pre-evangelizzazione, che implica l’invito a una reale conversione di mentalità e a un cambiamento di abitudini di vita, spesso consolidate e ampiamente diffuse. Il ruolo dei pastori e dei laici cristiani può risultare rilevante in quest’opera di sensibilizzazione, di denuncia e di annuncio, capace di segnalare e testimoniare stili di vita ispirati alla sobrietà e alla condivisione.
         Di fronte agli scenari descritti, possiamo affermare che le Caritas diocesane dell’Abruzzo e del Molise portano avanti con fedeltà il loro servizio quotidiano di ascolto, osservazione e discernimento per l’animazione socio-pastorale del territorio, in una realtà in continuo mutamento e nella volontà di attuare le strategie più consone per rispondere ai bisogni intercettati. Accanto ai percorsi di formazione spirituale, umana e sociale che accompagnano l’azione, si sta cercando di armonizzare fra loro le attività che sono punti fermi dell’agire proprio della Caritas, in particolare le mense, i dormitori, le strutture di accoglienza, i centri di distribuzione di vestiario e di alimenti, con nuove azioni/servizi che, a partire dalla lettura dei fenomeni sociali degli ultimi anni e nello spirito della riflessione scaturita dall’esortazione apostolica Evangelii Gaudium, siano espressione della volontà di farsi prossimi all’altro, anche nelle periferie esistenziali spesso richiamate da Papa Francesco. Nello specifico si sta provando a realizzare specifici progetti di ascolto diffuso, per la presa in carico e l’accompagnamento delle situazioni che normalmente non vengono intercettate nei Centri d’Ascolto diocesani o parrocchiali. Il riferimento è all’ascolto effettuato con unità di strada, a quello in situazioni di “frontiera” come le case circondariali e i quartieri periferici, oppure in situazioni nuove o con dinamiche specifiche, come i paesi in via di spopolamento, le comunità rom o di immigrati stanziali.
         Un’altra scelta importante è quella dell’accompagnamento delle comunità nell’accoglienza e comprensione di quello che è uno dei più grandi fenomeni migratori della storia dell’umanità, oggi in atto. La prevalente funzione pedagogica richiamata nello statuto della Caritas ci guida nel farci prossimi alle comunità che si sentono investite di responsabilità, compiti o ruoli sconosciuti fino a qualche anno fa. Sono nati strumenti info-formativi per sperimentarsi in un’accoglienza diffusa, che ha visto famiglie, comunità parrocchiali e religiose o le stesse Caritas diocesane aprire le proprie porte. Si tratta di un percorso che ci vede impegnati non solo nella prima accoglienza delle persone, ma anche nella successiva riconquista della loro autonomia, aiutandole a inserirsi gradualmente nel contesto sociale e sul territorio. Diverse Caritas diocesane stanno sperimentando formule innovative, quali gli empori della solidarietà, piccoli supermercati solidali in sostituzione della formula dei pacchi viveri, scelta che va nell’ottica della responsabilizzazione e della crescita della persona. Altra opzione di fondo che le Caritas stanno vivendo è quella di una maggiore collaborazione con gli uffici diocesani della Pastorale Familiare, anche attraverso una progettualità regionale. In questa scelta c’è la volontà di vedere la famiglia come soggetto e non solo come oggetto della carità.
         Tutto questo scardina alcune prassi utilizzate nel corso del tempo e presuppone la volontà di incontrare le necessità delle famiglie e delle persone più fragili attraverso l’accompagnamento e l’affiancamento di persone e famiglie che si pongono al loro servizio. Si vanno sviluppando forme di attenzione a fenomeni quali la tratta di esseri umani per lo sfruttamento lavorativo e sessuale o l’accattonaggio; cresce una maggiore sensibilità circa le questioni ambientali, con progetti tesi a informare e proporre nuovi stili di vita, scelte personali e comunitarie consapevoli per quella che Papa Francesco indica come un’ecologia integrale. La priorità segnalata dalla Chiesa italiana per il decennio in corso, e cioè l’educazione alla vita buona del Vangelo, porta a privilegiare una scelta pedagogica articolata secondo vari destinatari, al fine di educare le giovani generazioni alla gratuità e alla solidarietà, il popolo di Dio tutto intero al rispetto del creato, le famiglie nascenti alla carità e alla vita comunitaria (ad esempio attraverso i percorsi di preparazione al matrimonio, intersecando la pastorale familiare con la pastorale sociale e della carità). Si avverte l’urgenza di educare alla cittadinanza nei cammini ordinari o anche con scuole di formazione socio politica.
         Tutti, dunque, siamo chiamati a rimboccarci le maniche: tutta la Chiesa deve annunciare tutto il Vangelo a tutto l’uomo e a ogni uomo, con la parola, la vita e l’esercizio della carità. È quanto mai urgente superare il concetto di delega, per cui l’impegno possibile di ciascuno è annullato e trasferito di altri (ad esempio, ripetendo che ai bisogni ci deve pensare lo Stato). Bisogna stimolare e riscoprire sempre più azioni di solidarietà familiare, di “buon vicinato”, di prossimità, attraverso iniziative di accoglienza dell’“altro” nelle proprie abitazioni, nelle parrocchie o in luoghi di vita comune e mediante progettualità che mirino all’accompagnamento o all’affido tra famiglie e tra famiglie e singoli e che propongano l’attenzione e la presa in carico da parte della comunità delle situazioni di fragilità. I poveri si offrono così spesso come la voce dello Spirito che invita la Chiesa a rinnovarsi in obbedienza al Vangelo, mediante un impegno corale di tutte le sue componenti. Il bisogno che come credenti avvertiamo è più che mai quello di affidarci al Signore e di chiedere la Sua luce e la Sua forza per rispondere a questa chiamata. Chiudo perciò queste riflessioni introduttive ai nostri lavori con le parole della preghiera posta da Papa Francesco al termine della Sua Enciclica programmatica, l’Evangelii Gaudium, significativamente rivolta alla Vergine Maria, Madre dei piccoli e dei poveri e di quanti si fanno tali per servire e amare gli altri sull’esempio e nell’amore del Figlio Suo, Cristo Gesù:
         Vergine e Madre Maria, tu che, mossa dallo Spirito, hai accolto il Verbo della vita nella profondità della tua umile fede, totalmente donata all’Eterno, aiutaci a dire il nostro “sì” nell’urgenza, più imperiosa che mai, di far risuonare la Buona Notizia di Gesù. Tu, ricolma della presenza di Cristo, hai portato la gioia a Giovanni il Battista, facendolo esultare nel seno di sua madre. Tu, trasalendo di giubilo, hai cantato le meraviglie del Signore. Tu, che rimanesti ferma davanti alla Croce con una fede incrollabile, e ricevesti la gioiosa consolazione della risurrezione, hai radunato i discepoli nell’attesa dello Spirito perché nascesse la Chiesa evangelizzatrice. Ottienici ora un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte. Dacci la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della bellezza che non si spegne. Tu, Vergine dell’ascolto e della contemplazione, madre dell’amore, sposa delle nozze eterne, intercedi per la Chiesa, della quale sei l’icona purissima, perché mai si rinchiuda e mai si fermi nella sua passione per instaurare il Regno. Stella della nuova evangelizzazione, aiutaci a risplendere nella testimonianza della comunione, del servizio, della fede ardente e generosa, della giustizia e dell’amore verso i poveri, perché la gioia del Vangelo giunga sino ai confini della terra e nessuna periferia sia priva della sua luce. Madre del Vangelo vivente, sorgente di gioia per i piccoli, prega per noi. Amen. Alleluia.




Conclusioni del Convegno Ecclesiale Regionale 2017
+ Bruno Forte
Arcivescovo di Chieti-Vasto
Presidente della CEAM

 
 
         Nella relazione introduttiva ai lavori del Convegno ho citato questo proverbio, caro alla tradizione di diversi popoli: “Chi sogna da solo è un sognatore; se sogni insieme ad altri, il sogno comincia a diventare realtà”. Ho anche aggiunto che c'è un luogo in cui è possibile sognare insieme il sogno di Dio per tutti noi e l'intera famiglia umana: questo luogo è la Chiesa, casa e scuola della comunione! Nel lavoro in gruppi abbiamo provato a “sognare” insieme il “sogno” di Colui che il Signore ha posto a guida del Suo popolo in questo nostro tempo: Papa Francesco. Con lui, ispirandoci specialmente all’Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium, manifesto programmatico del suo pontificato, ma anche ad altri suoi insegnamenti, come l'Amoris Laetitia, abbiamo voluto riflettere sulle realtà della famiglia, dei giovani e dei poveri, per discernere le scelte che il Dio vivente ci chiede di compiere per e con la nostra gente, dandoci la forza per attuarle. Ne sono emersi alcuni verbi programmatici, evocatori degli impegni che nella luce della fede riconosciamo prioritari per noi e le nostre comunità.
 
         1. A proposito della famiglia sono tre i verbi chiave da tener presenti e tradurre in realtà:

  • il primo è "evangelizzare": in una società dove la cultura del provvisorio e la paura del definitivo sembrano scoraggiare specialmente i giovani dal mettere in atto un progetto di vita familiare, occorre proporre in tutte le forme e occasioni la buona novella che la famiglia rappresenta come tale. Le famiglie sono una risorsa per tutta la società, come per la comunità ecclesiale. Specialmente ai coniugi cristiani diciamo: impegnatevi a dire con le parole e con la vita che fare famiglia è bello, anche quando può essere difficile, che ne vale la pena e che i benefici di una unione fedele e feconda fra gli sposi sono immensamente più grandi che quelli di una convivenza che apparentemente tuteli di più la libertà di ciascuno.
  • Il secondo verbo è "accompagnare": i giovani che si preparano al matrimonio, le giovani coppie di sposi e in generale le famiglie non vanno lasciati soli, ma accompagnati con fede, fiducia e fedeltà. Cura centrale delle nostre scelte pastorali deve essere quella di fare delle famiglie al tempo stesso l'oggetto prioritario e il soggetto imprescindibile del nostro impegno di Chiesa. A tutti i livelli occorre riconoscere spazio e protagonismo alla realtà delle famiglie, accogliendo anche quanti hanno fatto esperienza del fallimento dell'amore o vivono in situazioni di famiglie ferite.
  • Il terzo verbo è "integrare": nessuna famiglia o persona singola deve sentirsi esclusa dalla Comunità ecclesiale. Va fuggita ogni forma di "cerchio magico" intorno ai pastori, impegnando i più vicini a farsi promotori e attori della accoglienza di tutti e dei processi necessari affinché ciascuno sia integrato nella maniera più piena e feconda nella vita di tutta la comunità.
 
         2. Riguardo ai giovani i verbi che vanno messi in atto sono:

  • "ascoltare": i giovani si lasciano coinvolgere da chi li avvicina con rispetto e amore. Vogliono essere ascoltati, senza pregiudizi e senza paure. Vogliono dire la loro e sapere che chi li ascolta è pronto a mettersi in gioco con e per loro, senza ipocrisie e paternalismi. Una Chiesa che ascolta è una Chiesa vicina, amica, attraente e coraggiosa.
  • "Provocare": i giovani amano chi li sfida a orizzonti più alti, a mete più grandi. Ciò va fatto con umiltà e molto amore. Come dice il termine, si provoca se si chiama qualcuno in nome e a favore di un altro: se quest'altro è Cristo annunciato con la parola e l'eloquenza della vita, difficilmente i giovani resteranno indifferenti. Essi non chiedono proposte al ribasso o contrattazioni a buon mercato: ciò che domandano è autenticità, credibilità e impegno d'amore disinteressato in chi li provoca.
  • "Coinvolgersi": i giovani non vogliono maestri che insegnino dall'alto di una cattedra, ma testimoni che li affianchino o li precedano in maniera convincente, coinvolgendo se stessi in ciò che vivono con e per i giovani. Vale specialmente per i giovani ciò che diceva Paolo VI nella Evangelii nuntiandi al n. 41: "L'uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri. E se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni". Il testimone vive ciò che dice, si coinvolge, precede, accompagna, condivide: il coinvolgimento e la la condivisione, che non ignorano ma valorizzano nella reciprocità le differenze di carismi e di servizi,  devono essere lo stile di chiunque si impegni nella pastorale giovanile.
 
         3. Riguardo ai poveri le scelte da fare sembrano le seguenti:

  • "conoscere" le situazioni: la povertà non è una condizione statica o uguale dappertutto. Ci sono povertà fisiche e povertà spirituali, povertà materiali e povertà culturali. Ci sono poveri fa i giovani e gli adulti, fra i bambini e gli anziani. L'osservatorio delle povertà è per l'azione delle Caritas e di tutta la Chiesa il presupposto necessario per vivere una carità intelligente, rispettosa ed efficace.
  • "Personalizzare": personalizzare vuol dire mettere al centro la persona, nella piena consapevolezza che il povero non è un oggetto né tanto meno un sacco da riempire, ma una persona umana, immagine di Dio da rispettare, promuovere, amare. Spesso l'azione più efficace che si può fare per un povero è aiutarlo a riscoprire la propria dignità e le proprie possibilità represse o ignorate.
  • "Condividere": ogni intervento verso i poveri va inteso come una condivisione reciproca e uno scambio. Non c'è nessuno così povero che non abbia qualcosa da offrire all'altro, nell'atto stesso del ricevere. Ogni intervento sulla povertà e a favore dei poveri è in realtà uno scambio, di cui occorre essere ben consapevoli: sta in questa consapevolezza la vera differenza fra la beneficenza, che mantiene le distanze e crea o vuol creare dipendenze e clientelismi, e la carità in cui dando si riceve e chi riceve e chi dona si arricchiscono reciprocamente.
 
         L'insieme di questi nove verbi, riferiti a gruppi di tre ai tre ambiti della nostra riflessione (evangelizzare, accompagnare, integrare; ascoltare, provocare, coinvolgersi; conoscere, personalizzare, condividere), disegna il sogno che vorremmo sognare insieme con e per il nostro popolo. Si tratta di segni di un unico sogno, passi di un'unica storia di fede e di amore, che non intende occupare spazi, ma con l'aiuto di Dio e nel soffio dello Spirito vorrebbe avviare processi di vita e di speranza nuove per tutti. Nove segni come le nove luci del candelabro di “ḥănukkāh”, la festa dell'inaugurazione del tempio e dunque del nuovo inizio, della luce che viene e  cresce a diradare le tenebre. Con gesto simbolico accendiamo anche noi le luci di “ḥănukkāh”, tre per ognuno dei tre ambiti di riflessione e dei verbi corrispondenti, a significare che da questo Convegno le nostre Chiese d'Abruzzo e Molise e ciascuno di noi ripartiamo con nuovo slancio e gioia per far risplendere in noi e portare a tutti la vera luce che illumina il mondo, Cristo Signore.

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