Celebrata a Corfinio la festa di S. Pelino



San Pelino martire è compatrono della diocesi di Sulmona-Valva.  Dopo la processione, nella cattedrale, è stata celebrata la S. Messa presieduta dal vescovo e concelebrata dal parroco don Vincenzo Paura, da don Vincenzo Cianfaglione e P. Sante. Nell’omelia il vescovo ha  sottolineato come i santi sono amici di Dio e perciò vicini a noi con il loro esempio e la loro intercessione.



Ha poi messo in evidenza come a Corfinio, dagli scavi archeologici che sono stati eseguiti nel tempo e di recente, risulta che tanti cristiani si sono fatti seppellire proprio in un luogo di speciale richiamo, segno che c’era una forte testimonianza: il martirio di S. Pelino. Ha invitato a mantenere vivo il dono della fede e a vivere la vita cristiana con coerenza. Al termine della celebrazione i bambini hanno chiesto al vescovo che gli spiegasse la storia di S. Pelino. Il vescovo ha fatto una rapida sintesi e ha benedetto i bambini.



San PELINO
I^ Tesi.
L’episcopato di Pelino va inquadrato nella caratteristica propria dell’ambiente culturale del settimo secolo, negli anni che immediatamente precedono la distruzione longobarda di Brindisi del 674. Tale nuovo riferimento cronologico, più attendibile rispetto a quello tradizionale che colloca l’episcopato peliniano nel IV secolo, rende piena comprensione della biografia del santo.
Pelino era un monaco basiliano originario forse di Durazzo (620?). Oppositore della eresia monotelita diffusasi a Bisanzio, prima durante l’imperatore Eraclio I e poi con Costante II (648), si trasferì a Brindisi coi siri Gorgonio, Sebastio e con il suo discepolo Ciprio. Lo scontro tra Roma e Bisanzio si acuì al punto che il pontefice Martino I scomunicò il patriarca Sergio I (patriarca di Costantinopoli dal 610 al 638) e gli eretici, ma venne arrestato, deportato a Costantinopoli e infine esiliato a Cherson (Crimea) dove morì nel (655). A Brindisi, l’intransigenza e la lealtà di Pelino, nel frattempo associato nell’episcopato dal vescovo Procolo, lo portarono su posizioni di rottura nei confronti della corte di Costantinopoli.
Alla morte del vescovo Procolo, Pelino venne designato vescovo di Brindisi.
La disposizione con cui Proculus aveva designato il proprio arcidiacono Pelino all’immediata successione aveva dunque bisogno dell’avallo diretto del Papa. Ottenuta la desiderata conferma, seguita alla morte di Proculus, il non ancora quarantenne Pelino assume la dignità episcopale; si mostra, in questa veste, fermo e intransigente innanzi ai funzionari imperiali che, infine, lo allontanano dalla cattedra brindisina e per ordine del Basileus lo deportarono a Corfinio, dove venne condannato a morte ed ucciso assieme ai suoi discepoli Sebastio e Gorgonio, archivisti della sede episcopale di Brindisi, il 5 dicembre, probabilmente dell’anno 662.
La canonizzazione avvenne nel 668 (dopo la morte di Costante II) ad opera di Ciprio, suo successore nella diocesi di Brindisi. In quella occasione venne anche redatta una Vita del Santo, forse ad opera dello stesso Ciprio che potrebbe aver realizzato a Brindisi un primo luogo di culto del suo predecessore.
Per secoli è stato patrono di Brindisi insieme a san Leucio. Nel 1771 gli fu dedicato nella Cattedrale di Brindisi un altare ove è rappresentato il suo martirio in una tela dipinta da Oronzo Tiso. Da qui il vasto culto che negli Abruzzi è riservato al santo: patrono della diocesi di Valva e Sulmona, dedicatario della basilica di Corfinio e di un paese, San Pelino, nella diocesi dei Marsi.
La vita di san Pelino ha una prima redazione già nel VII secolo, allorché Ciprio, eletto dal clero e popolo vescovo di Brindisi, seguita verosimilmente la morte di Costante II nel 668, poté erigere una chiesa in onore del predecessore in cui furono collocate anche le reliquie di Sebastio e Gorgonio. L’atto sanziona la canonizzazione di Pelino di cui, per l’occasione, sarà stata scritta la vita da proporre come paradigmatica alla popolazione.
II^ Tesi.
Pelino nacque in Albania, a Durazzo, all’epoca dell’imperatore Costantino (274-337 d.C.). La sua famiglia si chiamava Delfadio (o Delsadio). Egli fu alla scuola di S. Basilio e venne a Brindisi al tempo dell’imperatore Giuliano II detto il filosofo e poi anche l’Apostata (360-363). Entrò a far parte del clero di quella diocesi e ottenne delle cariche importanti dal vescovo Aprocolo, il quale lo designò poi come suo successore e lo portò a Roma perché fosse consacrato vescovo dal papa Liberio. Però non si trova nella Liturgia e Vita dei Santi e Beati un Sant’Aprocolo, bensì si trovano diversi “Procolo”.
Fu consacrato vescovo dal Papa Damaso il 17 novembre dell’anno 364, all’età di 44 anni. Il suo nome figura nella lista episcopale di Brindisi al settimo posto dopo il brindisino
S. Aprocolo e davanti al suo allievo e connazionale Ciprio. La presenza di Pelino in Italia coincide con un momento storico fortemente critico per la religione cristiana.
Nell’anno 360 d.C. infatti, era stato proclamato imperatore Flavio Claudio Giuliano, cugino di Costanzo II e nipote dl Costantino Magno. Questi, amante della filosofia greca e
della cultura classica romana, aveva abiurato il Cristianesimo ed aveva fatto riaprire i vecchi templi pagani con l’intento di instaurare un regime aperto alla liberta di culto e alla tolleranza religiosa.
Pelino, che dopo il primo viaggio nella capitale era stato nuovamente richiamato a Roma, fu vittima di queste persecuzioni e morì martirizzato il giorno 5 dicembre dell’anno 365.
Aveva l’età di 45 anni ed aveva ricoperto la carica vescovile per un anno e 28 giorni esatti. Dopo la morte, le sue spoglie furono traslate a Corfinio e qui sono tuttora venerate con un
culto antichissimo di cui si ha notizia fin dal secolo IX.
A Corfinio nella bellissima chiesa romanica a lui dedicata sono ancor oggi conservate le sue reliquie, racchiuse in un braccio d’argento.
III^ Tesi.
Nella Enciclopedia dei Santi si trovano le seguenti notizie: “Pelino, vescovo di Brindisi, santo martire. Figura nella lista episcopale dei vescovi di Brindisi, ma il suo corpo è venerato nella cattedrale di Corfinio. Esiste una leggendaria Passio del sec. XI, che l’anonimo autore vorrebbe far credere composta nel secolo IV, ma sulla storicità del personaggio esistono forti dubbi. Il Lanzoni, più che vescovo di Brindisi, ritenne lo
fosse di Corfinio.
I principali particolari della narrazione leggendaria sono questi: nato a Durazzo in Albania al tempo di Costantino imperatore, (307-337), fu alla scuola di S. Basilio. Durante l’impero di Giuliano l’Apostata (360-363), venne a Brindisi, ove il vescovo Aprocolo lo ascrisse nel numero del suo clero con cariche importanti, designandolo poi come suo successore
e per questo lo condusse a Roma perché fosse consacrato vescovo da Papa Liberio.
Giuliano L’Apostata lo fece ritornare ancora a Roma ove subì il martirio il 15 dicembre. Le sue reliquie furono poi traslate a Corfinio ove si ha menzione del culto dal secolo IX.
Nel martirologio romano Pelino e iscritto al 15 dicembre”.
A giudicare dalle scarne notizie storiche, possiamo dire che Pelino, pur essendo vescovo di Brindisi, ebbe dei rapporti molto intensi con le genti d’Abruzzo, di Corfinio in particolare.
Desumiamo da ciò che, nel corso dei suoi viaggi da e per Roma, Pelino attraversò l’Abruzzo e soggiornò per periodi più o meno lunghi in qualcuna delle città che aveva incontrato
lungo i suoi itinerari, come S. Pelino frazione di Avezzano.
Il collegamento tra il nome attuale del paese di S. Pelino e la presenza di un’antica chiesa dedicata all’omonimo Santo è condiviso dal Corsignani, il quale cosi descrive la terra
di S. Pelino: “Indi si erge la terra di S. Pelino tra di noi antica;
imperocché ebb’ella un tal nome da una chiesa dedicata a un
tal Santo già vescovo di Brindisi che fiorì nel 364 in quella
chiesa, il quale fermossi in detto sito dei Marsi, allorché da
Roma passò in Corfinio ai nostri popoli vicino, dove poscia
per la cattolica fede terminò la vita, e dopo del suo martirio,
gli fu eretto in Marsi un celebre tempio sotto il suo nome, da
cui il castello, S. Pelino appellossi; e cosi restò sacro quel suolo
dove anticamente i romani gentili serbavano ville a loro
fatti e lussuriosi diporti
Ebbene, il Corsignani non si pose il problema se a questo sito corrispondesse anticamente una qualche città. Né si chiede quale nome all’epoca dovesse avere. In altri termini,
non opera alcun collegamento tra questo antico “sito dei Marsi” e la città di Anxa che egli immagina situata in tutt’altra località.
Da ciò desumiamo che la fonte da cui egli ha attinto la notizia sulla chiesa di S. Pelino debba essere diversa dalla antichissima “Vita Divi Pelini Episcopi et Martyris”, la narrazione storica della vita e del martirio del Santo che nella Enciclopedia
dei Santi e indicata come “la leggendaria Passio del  secolo XI che l’anonimo autore vorrebbe far credere composta nel secolo IV”.
La “Vita Divi Pelini Episcopi et Martyris” é riportata dall’Ughelli nel tomo IX della sua “Italia Sacra”.
IV^ Tesi.
Ci è giunta una “leggenda” su S. Pelino che pone i fatti nel secolo IV, sarebbe perciò il più antico documento delle nostre origini cristiane. Il primo a pubblicarla fu Francesco Arola
(di Popoli), Vita S. Pelini Ep. Et Mar. … , Venetiis apud Bernardinum de Bindonis, M.D.XXXX.III1. Tale leggenda contenuta nel Codice Vaticano, fu per la prima volta stampata nel 1543. Si servì della stessa leggenda il Lucchitto nel suo Corfinium, edito nel 1583, per la seconda volta. Terzo a pubblicarla, secondo il Codice Vaticano, fu l’Ughelli nell’Italia Sacra sive de Episcopis Italiae. Fu ripubblicata infine per intero nel 1887
dal can. B. De Silvestri desumendola dall’Ughelli.
Lo stesso De Silvestri scriveva: «Sin dalla prima gioventù, abbiamo sempre udito parlar male del nostro santo» (cap, 1°). Epperò egli ne imprese l’apologia nell’opera annunziata
Ma anche dopo di questa, N. Faraglia nella Prefazione al suo Codice Diplomatico Sulmonese, che tanta vera luce diffuse nella storia nostra, la rigettò come apocrifa, con alquante ma giudiziose riflessioni. E così pure G. Pansa2. Il sito web dell’arcidiocesi di Brindisi-Ostuni fa risalire la nascita del santo Vescovo nel 620 ca., mentre nel sito del
paese marsicano denominato “S. Pelino” la nascita è data intorno al 320. Da notare che le gesta del Santo, poi, non sono conosciute da nessuno dei contemporanei Padri Greci e Latini (es.: S. Girolamo † 420; S. Crisostomo † 407 …), né da coevi storici ecclesiastici e neppure da coloro che scrissero pro e contro Giuliano (331-363).
Nella suddetta leggenda ci sono fatti comuni a molte altre leggende e, allora, viene da domandarsi: perché inventarne una su S. Pelino? I motivi sono diversi e non di poco peso, è la ragione della preminenza su S. Panfilo. Infatti è certo che S.Panfilo abbia sgominato l’eresia ariana, presente a Corfinio e ivi portata dai Longobardi, ma la leggenda in questione non nomina neppure l’arianesimo.
La leggenda fa riferimento al periodo più acuto dell’arianesimo, al tempo del Concilio di Rimini (359) e della tanto famosa “formola Riminese” sotto Papa Liberio, che fu il martello ed il martire dell’arianesimo, e che avrebbe consacrato vescovo S. Pelino. Però non solo il nostro santo non si scontra mai con l’arianesimo, ma il continuatore della leggenda sostiene, poi, che l’intera Corfinio fosse stata riedificata da Valentiniano ad honorem B. Pelini e che lasciando il vetusto nome di Corfinio, prendesse il nome di Valva, che darà poi
la denominazione di Valvense al Vescovo e a tutta la Diocesi, totam provinciam, ed anche a Sulmona che vi era compresa e soggetta. Tale deduzione la trasse il De Silvestri che scrive:
«Valva un tempo fu città e la stessa che Corfinio». Però non vi fu mai una città di nome Valva, e il nome di Corfinio durò invece sino al sec. XI. Tutto prova dunque che la leggenda di S. Pelino né fu scritta, né accolta come una vita storica. Però S. Pelino è un santo vero, storico e venerato in questa terra prima che si formulasse la sua leggenda. Ma quale la sua origine e la vita?, si domanda il Celidonio che scrive: “a noi sembra che S. Pelino sia un santo del luogo, e lo argomentiamo dal suo nome, che nella voce e nella storia è completamente peligno”.
L’ipotesi di Celidonio dunque è che “il nome Pelinus o Pelignus era nome proprio locale” e non poteva quindi venire dall’altra parte del “Mare nostrum”. Quindi il nostro S. Pelino
dev’essere stato un santo Corfiniese o di questa regione Peligna.
 
1 Libro rarissimo di cui si conserva una copia nell’Archivio di S. Panfilo in Sulmona;
ed un’altra, ma con diversa prefazione, nell’Archivio di S. Pelino.
2 Studi di leggende abruzzesi comparate, in Rivista abruzzese, anno XX, f. III.
 
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