Celebrata in cattedrale la S. Messa Crismale

C’erano tutti i sacerdoti e i religiosi della diocesi alla celebrazione della Messa crismale del giovedì santo presieduta dal Vescovo. Presenti anche tanti ragazzi e ragazze che in questo anno riceveranno il sacramento della confermazione con numerose persone provenienti dalle diverse parrocchie della diocesi. Viene riportato di seguito il testo dell’omelia del vescovo:
“Cari fratelli e sorelle,
anche quest’anno il Signore ci fa dono di questo grande momento di grazia nella celebrazione della Messa crismale.
E’ tutta la Chiesa diocesana, nelle sue varie espressioni, che è radunata in questa cattedrale, chiesa madre di tutte le chiese. E’ questo il momento in cui il presbiterio è riunito attorno al vescovo per celebrare la propria origine e unità. Dove c’è il Vescovo lì c’è la Chiesa.
Vorrei subito esprimere a tutti i sacerdoti e ai religiosi l’augurio più sentito perché oggi è la vostra e nostra festa. Siamo nati il giovedì Santo. L’augurio va in modo particolare a don Eugenio Zueg e P. Francesco Di Paolo per il 40° di sacerdozio, a don Antonio Mascio e a don Carmelo Rotolo per il 50°, a don Gaetano Acciaccaferro per il 60° e a monsignor Luigi del Bene per il 70°.
Ricordo in questa occasione i confratelli assenti per motivi di malattia o anzianità: don Settimio Ottavi, don Fernando Di Fiore, don Enio Di Nino, don Antonio Lattanzio, don Antonio Mascio, don Luigi del Bene, don Antonio Agapite, don Giovanni Ruiz.
Ricordo anche con speciale affetto e gratitudine i confratelli che ci hanno lasciato e che sono nella pace, a cui giunga la nostra costante preghiera.
Saluto con grande affetto i diaconi e i seminaristi: Emanuele, Lorenzo e Daniele qui presenti, speranza della nostra diocesi.
Saluto tutte le Religiose che, in forza della loro consacrazione, collaborano con la nostra Chiesa e in essa testimoniano i valori del Regno.
Il mio saluto, infine, in ordine di tempo ma non di importanza, va a tutti voi carissimi fedeli laici. Noi ministri ordinati vogliamo ancor oggi confermare il nostro proposito di essere al vostro servizio per annunciarvi la Parola, per sostenervi con i sacramenti, per guidarvi nell’amore perché anche voi possiate esercitare il sacerdozio che vi deriva dal battesimo.
Quello che stiamo vivendo è un momento di profonda comunione. E’ una comunione che viene continuamente ravvivata da quei sacramenti che sono legati agli Oli Santi che tra poco saranno benedetti e consacrati e che poi raggiungeranno tutte le comunità parrocchiali della nostra diocesi.
E’ con l’olio dei catecumeni che verranno unti coloro che verranno presentati al battesimo. E’ con il santo crisma che i ragazzi e giovani verranno unti sulla fronte quando riceveranno il sacramento della confermazione che farà di loro dei cristiani adulti, testimoni di Cristo. E’ con l’olio degli infermi che riceveranno conforto le persone malate perché vi trovino forza e ricevano il perdono dei peccati.
Vorrei partire proprio dall’olio, questo elemento naturale, umile, prezioso che viene fuori dalle olive che si lasciano spremere, macinare nel frantoio per far brillare il volto dell’uomo, come ci ricorda il Salmo 103. Che penetra nelle profondità, per lenire le ferite, e ungendo dà agilità. L’olio usato per consacrare i profeti, i sacerdoti, i re.
Il giorno del nostro battesimo siamo stati immersi nell’acqua e unti, siamo stati uniti alla morte e risurrezione di Cristo per essere creature nuove, sempre più conformi a Cristo, nostro Signore, e divenire sempre più realmente cristiani.
Il battesimo è stato per tutti noi una chiamata. Io non sono un anonimo o senza senso nel mondo: c’è una chiamata, c’è una voce che mi ha chiamato, una voce che seguo. Per noi sacerdoti la prima grande chiamata è stata quella del battesimo e la seconda è stata la chiamata ad essere presbiteri sull’esempio di Gesù Buon Pastore e al suo servizio. Il Signore chiama sempre al sacerdozio, ma manca l’ascolto, ecco perché è importante la nostra preghiera e il nostro impegno a favore delle vocazioni dei nostri cari ragazzi e giovani, che rimane sempre una priorità, soprattutto per la nostra Chiesa locale.
La chiamata ha una dimensione verticale, essere con Cristo, tutto suo, per sempre, oltre il tempo, oltre la vita. Ma la chiamata ha anche una dimensione orizzontale, ecclesiale. Le due dimensioni vanno insieme, non possono essere scisse. Noi siamo chiamati a costruire il “noi”, la Chiesa. Gesù perché nascesse la Chiesa si è dato tutto a tutti. Questo Giovedì Santo ce lo ricorda con i tanti segni: la lavanda dei piedi, l’istituzione dell’Eucaristia in cui Lui dona tutto se stesso, il suo corpo e il suo sangue. Ci ricorda la Lettera ai Filippesi (2,6-8) che: “Cristo Gesù, pur essendo uguale a Dio, si è umiliato, accettando la forma di servo e obbedendo fino alla croce”. E’ il cammino dell’umiltà del Figlio che noi dobbiamo seguire, come discepoli autentici del vero e unico maestro.
La parola umiltà, oggi è così messa da parte. Il contrario dell’umiltà è la superbia, che è la radice di tutti i peccati. La superbia che è arroganza, che vuole soprattutto potere, apparenza, apparire agli occhi degli altri, essere qualcuno o qualcosa, non ha l’intenzione di piacere a Dio, ma di piacere a se stessi, di essere accettati dagli altri – diciamo – venerati dagli altri. L’io al centro del mondo: si tratta del mio io superbo, che sa tutto, che non ascolta nessuno, che fa sempre e solo di testa propria. E’ terribile ascoltare espressioni di questo tipo: “E che m’importa a me del Papa, del Vescovo, qui faccio come dico e voglio io”. Essere cristiano, essere presbitero vuol dire superare questa tentazione originaria, che è anche il nucleo del peccato originale: essere come Dio, ma senza Dio. L’umiltà è soprattutto verità, vivere nella verità, imparare la verità, imparare che proprio la mia piccolezza è grandezza. Chi è umile permette di far crescere il “noi”, cioè la Chiesa perché non la porta a sé ma a Cristo, non la riduce a suo servizio, ma la mette in unità sotto la guida dei pastori.
Vorrei sottolineare un altro tratto di Gesù, a cui siamo chiamati di conformarci quello della mitezza. In questi giorno meditiamo come Lui non risponde al male con il male: “Maltrattato, si lasciò umiliare e non aprì la sua bocca; era come agnello condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori, e non aprì la sua bocca” (Is 53,1s).
Essere mite, essere mansueto, è seguire Cristo che dice: “Venite a me, io sono mite e umile di cuore” (Cfr Mt 11,29). Questo non vuol dire debolezza, ma avere sempre un cuore buono, deve essere sempre visibile la bontà. La mansuetudine è in netto contrasto con la violenza. I cristiani sono i non violenti, sono gli oppositori della violenza.
Oggi guardiamo al Signore che è sempre magnanimo. Nonostante le nostre debolezze, i nostri peccati, sempre di nuovo comincia con noi. Mi perdona, anche se sa che domani cadrò di nuovo nel peccato. Distribuisce i suoi doni, anche se sa che spesso siamo amministratori insufficienti. Dio è magnanimo, è grande di cuore, ci affida la sua bontà. E’ questa magnanimità che deve rinvigorire il nostro cammino di discepoli ala sequela di Cirsto.
Tutto questo ci serva per costruire il Corpo di Cristo, la sua Chiesa, questa nostra amata chiesa locale che è in Sulmona-Valva, proprio mentre è davanti a noi l’apertura dell’Anno della Fede voluto dal santo Padre, con san Pietro Celestino di cui celebreremo i 700 anni dalla canonizzazione, mentre guardiamo alla famiglia come soggetto che educa alla fede, alla liturgia e alla carità.
La Vergine Maria, umile e mite, che ai piedi della croce ha avuto l’anima trapassata dal dolore, ma forte nella fede si è abbandonata, ha ricevuto la sorpresa di Dio, la risurrezione del suo Figlio che porta la gioia. Lei icona della Chiesa che nel tempo pasquale la invoca con il “Regina coeli letare”, ci aiuti nel cammino della fede unitamente all’intercessione dei nostri santi patroni San Panfilo e San Pelino.
Uniti nell’amore di Dio, tutti benedico. Amen.

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