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IL MIO PRIMO Sì AL SIGNORE NELLA CHIESA

A Corfinio l’Ammissione agli Ordini sacri del diaconato e del presbiterato del seminarista Michele De Simone

Nella caldo pomeriggio dell’undici luglio scorso, se non vi fossero state le imponenti montagne della Valle Peligna a far da corona alla Concattedrale di Corfinio, uno avrebbe potuto pensare di trovarsi in quel di Bologna – la fosca turrita Bologna di carducciana memoria – a sentir la gradevole suavitas del vernacolo bolognese (cfr. Dante, De Vulgari Eloquentia I.XV;II.VII) nella piazza antistante la cattedrale. E sì, perché uno stuolo di seminaristi, in grande spolvero per un felice quanto inusuale evento, si sono ritrovati, insieme ai loro educatori, nella celeberrima prima capitale d’Italia, per festeggiare il nostro seminarista Michele De Simone, che in quel giorno ha solennemente pronunciato il suo primo sì al Signore nella Chiesa di Sulmona-Valva secondo il rito d’ammissione agli Ordini sacri del diaconato e del presbiterato.

Michele, infatti, che risiede stabilmente nel Pontificio Seminario Regionale Flaminio “Benedetto XV” di Bologna, dove sta studiando e si sta formando per diventare sacerdote, è stato accompagnato verso questo importante passo della sua vita di fede dall’intera Comunità – presenti il Rettore del Seminario regionale, don Andrea Turchi, il Padre spirituale, don Andrea Pinardi, il Rettore del Seminario di Faenza, don Michele Morandi, e il Cappellano della parrocchia dove Michele svolge la sua esperienza pastorale, don Stefano Rava – e da un gruppo della Comunità propedeutica di Romagna che ha sede a Faenza, sempre nel Seminario “Pio XII”.

Un clima di semplice solennità ha contraddistinto la Celebrazione eucaristica presieduta dal nostro Vescovo, Mons. Michele Fusco, e concelebrata da diversi parroci della diocesi che si sono stretti insieme a tutta la Comunità parrocchiale di Corfinio in un abbraccio ideale a Michele per la felice occasione. Mons. Fusco, durante l’omelia, ha sottolineato come per la nostra Chiesa diocesana sia un momento di gioia e di festa poter ascoltare la voce di un giovane che proclama il suo “eccomi, manda me”, occasione di ringraziamento al Signore che continua a chiamare giovani disponibili alla missione; ha invitato, poi, tutti i seminaristi presenti, ma indirettamente anche i sacerdoti, a rinnovare la loro relazione profonda con Gesù, “fondamento per ogni missione”.  “Carissimo Michele”, ha aggiunto poi il vescovo rivolgendosi direttamente a Michele, “senza questa relazione personale e comunitaria, non può esserci annunzio del Vangelo. Narrare la fede, la nostra storia personale di Dio Amore, come hanno fatto gli apostoli, è la strada della missione”. 

Molti, probabilmente, non hanno compreso a pieno il senso di questo semplice gesto con cui la Chiesa accoglie la decisione di alcuni dei suoi figli a essere presi a servizio del popolo di Dio attraverso il diaconato e il presbiterato, confondendolo, invece, con l’ordinazione stessa. Ma che cos’è, in realtà, l’ammissione e in che cosa consiste? Secondo le norme della Chiesa, con il rito di ammissione “colui che aspira al diaconato o al presbiterato manifesta pubblicamente la sua volontà di offrirsi a Dio ed alla Chiesa per esercitare l’ordine sacro; la Chiesa, da parte sua, ricevendo questa offerta, lo sceglie e lo chiama perché si prepari a ricevere l’ordine sacro, e sia in tal modo regolarmente ammesso tra i candidati al diaconato e al presbiterato”. Dunque, quella che popolarmente viene chiamata “vestizione” (perché si indossa la veste talare), potrebbe essere considerata le prime promesse di Michele con la sua sposa, la Chiesa, nella quale si impegna con l’aiuto degli educatori del seminario e sotto la guida paterna del vescovo diocesano, a formarsi e a conformarsi a Cristo, nostro Maestro e modello di vita. Un rito che si tiene nella parrocchia d’origine proprio perché questa lo ha generato alla fede negli anni della fanciullezza, come a sottolineare che il cammino di fede di ciascuno non è mai un cammino individuale e solitario, ma vive delle relazioni che nel tempo vanno intrecciandosi con gli altri. Relazioni che hanno portato Michele a vivere un’esperienza di vita e di fede al di là della turrita valle di monti, per crescere nell’amore a Dio e ai fratelli senza alcun orizzonte geografico. “Non possiamo annunciare ciò che non abbiamo sperimentato”, ha concluso Mons. Fusco con riferimento al Vangelo del giorno, “due sono la prima cellula della comunità, dove si sperimentano le relazioni vere, l’amore tra i due sarà il primo tassello della missione, come si ameranno tra di loro, tale sarà la misura dell’annuncio… lungo la strada i discepoli dovranno raccontare l’esperienza della loro relazione con Gesù… unica eredità che avranno ricevuto e dovranno donare per annunciare il Vangelo. Contro ogni individualismo e autoreferenzialità siamo chiamati a seguire lo stile del Maestro e a convertirci ad un cammino che oggi chiamiamo di sinodalità”.

L’augurio più grande e sentito che sentiamo di formulare a Michele, che già testimonia con umiltà nella sua vita, è proprio questo: quello di poter crescere costantemente nell’amore a Dio, mai svincolato dalle persone e dai volti che incontrerà, perché la buona novella la si può comprendere a pieno soltanto nel rapporto con gli altri. E all’universalità dell’amore corrisponde quello della poesia, perché l’ora in quella piazza di Corfinio  gremita di gioventù romagnola e abruzzese, terminato il rito sacro e inaugurato il banchetto profano, potrebbe esser la stessa della turrita Bologna descritta dal Carducci (Nella Piazza di San Petronio, vv. 3-10):

È l’ora soave che il sol morituro saluta
le torri e ’l tempio, divo Petronio, tuo;

le torri i cui merli tant’ala di secolo lambe,
e del solenne tempio la solitaria cima.

[…]

Su gli alti fastigi s’indugia il sole guardando

con un sorriso languido di vïola,

che ne la bigia pietra nel fósco vermiglio mattone

par che risvegli l’anima de i secoli,

e un desio mesto 9 pe ’l rigido aëre sveglia

di rossi maggi, di calde aulenti sere,

quando le donne gentili danzavano in piazza

e co’ i re vinti 10 i consoli tornavano.

Tale la musa ride fuggente al verso in cui trema

un desiderio vano de la bellezza antica.

(È l’ora delicata nella quale il sole sta per tramontare e saluta
le torri e la tua chiesa, san Petronio;

le torri i cui merli sono sfiorati dall’ala di tanti secoli,

e il solitario campanile della solenne chiesa.

[…]
Sulle alte cime indugia il sole

illuminandole di una languida luce violacea,

e sembra che rinnovi la vita dei secoli trascorsi

nella grigia pietra e nel rosso e scuro mattone,

e risveglia nell’aria un desiderio triste

di tramonti di maggio, di calde e profumate sere,

quando le donne nobili danzavano in piazza

e i magistrati tornavano con i re vinti.

Così la musa sorride sfuggente al verso che, tremando,

evoca un vano desiderio di antica bellezza.

 

Cristian Di Sanza