Notizie 

FESTA DI SAN GIOVANNI DA CAPESTRANO

 

Venerdì 23 ottobre, giorno in cui la Chiesa volge lo sguardo alla figura luminosa di San Giovanni da Capestrano, il nostro Vescovo Mons. Michele Fusco ha presieduto la solenne Celebrazione Eucaristica presso il Convento di San Francesco in Capestrano. Hanno partecipato, insieme ai fedeli, anche due cappellani militari, in rappresentanza delle regioni Abruzzo e Molise, i frati del convento ed altri sacerdoti della Diocesi.

Piene di speranza le parole del Vescovo durante l’omelia, che riportiamo qui di seguito:

«Questa celebrazione di san Giovanni da Capestrano si inserisce in un particolare contesto, paragonato ad un tempo di guerra; si usano nei Media, infatti, termini che ricordano periodi bellici, come ad esempio: “coprifuoco, nemico da sconfiggere, siamo in guerra, resistenza, chiamata alle armi, combattimento, invasione, rimanere in trincea” e altri simili. Siamo in un periodo di emergenza sanitaria, lottiamo un nemico invisibile, che usa strumenti che fino a poco tempo fa risultavano essere segni di amicizia, di fraternità: strette di mano, abbracci. Ora diventano possibilità di pericolo, motivo di serio contagio. L’altro può diventare un nemico da evitare, un ostacolo per la mia salute.

Ci raggiunge in questo contesto la Parola di Isaia:

“Come sono belli i piedi del messaggero di lieti annunci.” Quale bellezza potranno avere i piedi di coloro che portano una lieta notizia? Al tempo del profeta Isaia, dove le strade erano polverose, semmai di pietra, non come le nostre strade asfaltate, i piedi erano sporchi, certamente non erano belli. Ma la bellezza di quei piedi era per ciò che trasmettevano, non per come apparivano, una bellezza che faceva sperimentare la letizia e la gioia. La bellezza di chi annuncia la Pace, che la guerra è finita, la gioia di potersi riabbracciare, di mettere da parte le armi, di indossare il vestito della festa.

Isaia annuncia non tanto la Pace tra due fazioni, due popoli, ma la Pace che nasce dalla presenza di Dio nel cuore dell’uomo. Una dimensione intima, personale, che è generata da una presenza divina nell’intimo dell’uomo.

San Giovanni da Capestrano diceva che la Pace è frutto dell’aver fatto ordine con sé stesso, ordine entro sé stesso. La pace nasce in noi e, dal nostro interiore, riflesso nella quotidianità, si riversa all’esterno e diviene per gli altri un invito, un annunzio un dono.

Questo tempo è carico di inquietudine, siamo in apprensione, spesso agitati, senza pace, e viviamo nell’attesa di un evento risolutore, che ci faccia dire: la guerra è finita. L’attesa del vaccino, di qualcuno che ci liberi da questa pandemia, che si prolunga nel tempo e da cui non si vede ancora una via di uscita, diventa occasione di sfiducia verso le istituzioni, giudizi negativi verso chi governa, il puntare il dito sulla sanità. Senza renderci conto che questo modo di fare non aiuta nessuno ma crea continue tensioni a livello sociale.

L’annuncio del Profeta Isaia ci giunge in questa situazione particolare, parla di grida di gioia, di consolazione, ma come far abitare dentro di noi questi sentimenti come poter trasmettere serenità?

Seguendo l’invito di San Paolo della seconda lettura che dice: “annunzia la parola, insisti in ogni occasione opportuna e non opportuna, ammonisci, rimprovera, esorta con ogni magnanimità e dottrina”, San Giovani da Capestrano ha portato sui campi di battaglia, nei luoghi di guerra il Vangelo della fraternità, della pace del cuore, infondendo nei soldati che affrontavano con ansia la battaglia quella pace che solo la fede può donare.

Un tempo dove nell’attesa siamo invitati ad essere custodi gli uni degli altri, custodi dei fratelli, specialmente dei più deboli, risuona quella risposta che Caino diede al Signore all’inizio della creazione: “Sono forse il custode di mio fratello?”

Atteggiamenti come distanziamento fisico, igienizzazione, prudenza per gli assembramenti, sono attenzioni quotidiane, attenzioni perché non ci siano occasioni di contagio. Tutto ciò potrebbe portarci a contagiare il cuore di ciascuno di un Virus terribile: quello dell’essere in lotta gli uni con gli altri.

In questa situazione possiamo perdere la pace, e senza rendercene conto rinunciare a vivere pienamente la nostra fede. Noi Cristiani abbiamo incontrato Colui che è la nostra Pace: Gesù Cristo, che ha sconfitto la paura, ha vinto persino la morte. Come possiamo vivere questo tempo? Così da non essere rimproverati da Gesù come gli Apostoli, i quali pur avendo Gesù sulla barca sono presi dal panico e dalla paura di affondare di fronte al vento e alla tempesta, e Gesù li rimprovera perché non hanno fede?

Risuona ancora l’invito di Paolo: Annuncia la Parola, annuncia in modo opportuno e inopportuno, sempre, non fermati, è l’invito che oggi riceviamo, che tocca il cuore di ciascuno, di ogni cristiano.

Papa Francesco nella lettera Enciclica “Fratelli tutti” ci ha comunicato il suo sogno: (n.8) “Desidero tanto che, in questo tempo che ci è dato di vivere, riconoscendo la dignità di ogni persona umana, possiamo far rinascere tra tutti un’aspirazione mondiale alla fraternità. Tra tutti: «Ecco un bellissimo segreto per sognare e rendere la nostra vita una bella avventura. Nessuno può affrontare la vita in modo isolato […]. C’è bisogno di una comunità che ci sostenga, che ci aiuti e nella quale ci aiutiamo a vicenda a guardare avanti. Com’è importante sognare insieme! […] Da soli si rischia di avere dei miraggi, per cui vedi quello che non c’è; i sogni si costruiscono insieme». Sogniamo come un’unica umanità, come viandanti fatti della stessa carne umana, come figli di questa stessa terra che ospita tutti noi, ciascuno con la ricchezza della sua fede o delle sue convinzioni, ciascuno con la propria voce, tutti fratelli!”

Questa la strada per superare la sfiducia, l’incertezza, tessere legami di fraternità, diventare artigiani della fraternità, scoprire ogni giorno i fratelli in difficoltà e aiutarli, andare verso coloro che hanno perso la speranza e donare parole di consolazione e di incoraggiamento.

Fraternità è guardare l’altro con gli occhi di Dio che non giudica ma sa perdonare. Fraternità è non avere l’atteggiamento di chi guarda e passa oltre ma sa fermarsi e ascoltare. Fraternità è mettere mano alla propria tasca e sostenere chi è in difficoltà. Fraternità e vincere le antipatie e aprirsi all’altro senza preconcetti.

Con l’aiuto di san Giovanni da Capestrano chiediamo al Signore di diventare sentinelle per i nostri fratelli, sentinelle di speranza, per tenere accesa la lampada della fiducia reciproca, del sostegno fraterno. Di fronte alla sofferenza di tanti, quando non possiamo stringere le mani e dare abbracci, doniamo segni concreti di vicinanza attraverso gli strumenti della comunicazione, con gesti di solidarietà.

Ai suoi discepoli Gesù ha dato il potere di scacciare il male e di guarire dalla malattia. Non si tratta di fare miracoli ma di operare insieme, come ci ha invitato Papa Francesco, e far emergere da questa situazione di fragilità una rinnovata opportunità di amicizia e di comunione.»

Al termine della Celebrazione i cappellani militari hanno rivolto la loro preghiera a San Giovanni da Capestrano.

Ci aiuta a comprendere meglio la grandezza di questo Santo la riflessione di don Daniele Formisani:

«L’Abruzzo è tradizionalmente definita terra di santi, ed è proprio da questa terra, fatta di gente forte e determinata, che ha origine la vita di San Giovanni da Capestrano. Nato a Capestrano, nel 1386, da un barone tedesco, e da madre abruzzese, Giovanni è il biondo incrocio, dei suoi genitori e per tale motivo viene chiamato Giantudesco. Bello, forte e intelligente si trasferì a Perugia per gli studi dove si laureò e divenne eccellente giurista. La sua fama si estese tanto che Ladislao di Durazzo lo istituì governatore della città. Caduto però prigioniero dei Malaspina, fu imprigionato in carcere ad Assisi. La reclusione forzata fu per il giovane, tempo fecondo di meditazione sulle vanità del mondo grazie soprattutto a un’apparizione del serafico Padre. Profondamente trasformato dall’esperienza del carcere, una volta libero non volle tornare alla vita precedente ma scelse di entrare nell’Ordine Francescano. Decisivo fu l’incontro con Bernardino da Siena. Il suo ardore pastorale e la sua devozione al Santissimo nome di Gesù, consacrarono definitivamente Giovanni a essere difensore della fede, missionario di pace e predicatore sapiente.

Il mondo dell’arte lo rappresenta come un condottiero che sventola il luminoso stemma raggiante del monogramma JHS inciso su una bandiera.

In difesa della fede, contro gli eretici e gli «infedeli», Giovanni combatté molte battaglie e ne compì altrettante mediante la preziosa arma della lingua in molte piazze d’Europa. In ogni luogo, infatti, dove era necessario incitare e guidare la battaglia, Giovanni era pronto a issare la sua bandiera o una grande croce in legno e rinvigorire la fede mediante la predicazione. Alla testa dei crociati entrò nelle schiere dei combattenti, dove era più incerta la sorte delle armi, e fermò a Belgrado l’esercito turco nel luglio del 1456 incitando i cristiani ad avere fede nel nome di Gesù.

Sia avanzando che retrocedendo – gridava – sia colpendo che colpiti, invocate il Nome di Gesù. In Lui solo è la salvezza!”

Fu questa la sua ultima impresa da combattente: tre mesi dopo, il 23 ottobre, Giovanni moriva a Ilock (nell’odierna Croazia) sul campo di battaglia per aver contratto la peste. Consegnò ai suoi fedeli la Croce, che egli aveva servito, fino allo stremo delle sue forze. Ogni anno il 23 ottobre, giorno della sua nascita al cielo, il borgo di Capestrano celebra la sua memoria presso il convento da lui stesso voluto e dove sono conservati tutti i suoi scritti.

San Giovanni è patrono dei cappellani militari, dei giuristi e della nazione ungherese che lo acclama quale eroe nazionale. Le imprese di san Giovanni ancora oggi parlano alla nostra vita e ci spronano a essere in ogni circostanza e in ogni luogo custodi della pace, tessitori di fraternità.»

 

 

Share and Enjoy !

0Shares
0 0