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Con il Vescovo Michele riflettiamo sulla IV giornata dei poveri.

La settimana appena trascorsa ha visto il susseguirsi di tanti eventi, nazionali, diocesani e parrocchiali, che ci hanno traghettato alla celebrazione della IV giornata dei poveri vissuta domenica 15 novembre. La ricchezza degli eventi e la profondità del tema dei poveri sono certamente i motivi per cui riprendere e approfondire questo tema. Lo vogliamo fare con l’omelia del Vescovo Michele tenuta proprio nella celebrazione eucaristica di domenica presso la chiesa parrocchiale di Cristo Re in Sulmona. Lo stesso presule al termine ha benedetto i locali rinnovati della caritas parrocchiale segno di quel «contemplare per agire» che ha caratterizzato tutta la settimana:

Carissimi, viviamo un tempo particolare. Dopo averlo vissuto a marzo e aprile scorso, non ci aspettavamo di doverlo vivere nuovamente. Non dobbiamo lasciarci prendere dallo scoraggiamento ma andare avanti con l’aiuto del Signore, fidarci di Lui.

Celebriamo oggi la Giornata Mondiale dei Poveri, nata quattro anni fa da un’idea di Papa Francesco. Tendi la mano al povero: è la preghiera che abbiamo rivolto al Signore ieri, uniti in una staffetta di preghiera tra tante comunità della diocesi, e oggi, da questa comunità di Cristo Re. È questa la frase che il Papa ha tratto dalla Scrittura affinché possiamo essere spinti in questa giornata non solo a pregare ma a operare con gesti concreti.

Il tempo della pandemia ci ha profondamente scossi mettendo in luce le tante povertà: in qualche modo siamo tutti più poveri, più fragili, e la solidarietà è la strada che vogliamo percorrere per dare un volto nuovo alla nostra Chiesa e alla società. Il Papa attraverso il suo messaggio ci ha invitato alla riflessione, alla preghiera e a essere operativi nella carità.

Un gesto concreto che oggi realizzeremo è proprio quello di benedire la nuova sede Caritas in questa comunità. La Caritas era già operativa in questa parrocchia, ma si è voluto sistemare alcuni locali affinché sia maggiormente e meglio fruibile da tutti.

Il vangelo di questa domenica ci proietta verso la conclusone dell’anno liturgico verso la festa di Cristo Re, la festa di questa comunità, e ci invita a riflettere sulla venuta del Signore, la seconda venuta.

C’è presentata una parabola: un uomo parte per un viaggio e consegna i suoi beni secondo le capacità di ciascuno, ai suoi servi. Quest’uomo conosce bene i suoi servi ed anche le loro capacità, per questo ad ogni servo viene dato secondo le sue capacità, a nessuno è chiesto più di quanto può fare. A tutti è dato qualcosa, nessuno è escluso. A tutti è data fiducia.

Non è un padrone avaro, non tiene per sé i suoi beni, né li mette in una banca, ma vuole che rendano al massimo e li affida ai suoi servi.

Occorre chiarire però, cosa s’intende per talenti. Non si tratta delle qualità personali, spesso anche nel linguaggio quotidiano si parla dei talenti che ciascuno ha come capacità di ciascuno, ma i talenti di cui parla il Vangelo sono “i suoi beni”. Quali sono i beni del padrone? Quest’uomo consegna la sua ricchezza ai suoi servi, di cui si fida.

Un talento quanto vale? Un talento vale 33 chili di oro. E non è poco. Quindi una ricchezza immensa, al primo 165 chili di oro.

(Stamattina sono andato a vedere quanto vale un Kg d’oro: circa 50.000 euro) Una ricchezza enorme.

Di quali beni si tratta? Nella Parabola quest’uomo è il Padre che affida a tutti noi i suoi beni più preziosi, sono i beni della creazione che Dio ci affida, sono i beni della sua grazia, sono la Parola di Dio da far fruttificare, i sacramenti. Sono la ricchezza che Dio ha. Sono i beni come i fratelli, le famiglie, questi sono i beni che il Signore affida a ciascuno di noi. Quindi come questo padrone ha fiducia dei suoi servi così, il Signore ha fiducia di tutti noi

A ciascun consegna secondo le capacità, i beni sono del padrone e poi ne chiederà conto quando torna. I servi lavorano e tirano fuori da questi doni ricevuti tutto quello che possono, li raddoppiano, un valore corrispondente, ciò che viene dal loro lavoro. Il terzo servo lo nasconde e lo vuole restituire cosi com’è, indenne.

Ci dobbiamo però porre una domanda: Perché il Signore ci consegna i suoi beni? Poteva fare lui direttamente, che bisogno c’era di affidarli a noi?

Perché il Signore ama la sinergia, la collaborazione con noi. Desidera che noi completiamo l’opera che Lui ha iniziato, che noi possiamo divenire suoi collaboratori, collaboratori del suo regno. All’opera di Dio manca qualcosa, manca ciò che ciascuno di noi può fare e dare, san Paolo dice: completo nella mia carne ciò che manca alle sofferenze di Cristo. L’uomo ha una missione da compiere: completare, portare a compimento il Regno di Dio.

La parabola racconta che i primi due servi restituiscono il doppio di quanto hanno ricevuto. A loro è detto: Bene servo buono e fedele sei stato fedele non poco di darò potere su molto, prendi parte alla gioia del tuo padrone. Ecco la ricompensa, prendere parte alla gioia del padrone. C’è qualcosa di più delle sue ricchezza, c’è qualcosa di più dei beni che affida ai servi: è la sua gioia a cui prendono parte i servi. È la felicità che vuole consegnare a ciascuno di noi.

Quest’operosità la ritroviamo anche nella prima lettura quando il libro dei proverbi fa l’elogio della donna. In lei confida il cuore del marito. È una donna straordinaria che con poco realizza tanto. È l’operosità dell’operaio del Vangelo.

Il terzo servo, su cui si concentra la nostra attenzione, ha avuto paura: so che sei un uomo duro, esigente. Ho nascosto i tuoi beni. È preso dalla paura, si fa dominare dalla paura, seppellisce il denaro e così facendo seppellisce anche se stesso, le sue capacità. Un atteggiamento di passività, non responsabile: non vuole correre rischi. Non ha compreso la fiducia del padrone.

Il suo nemico è la paura, ha l’idea che il padrone sia malvagio, cattivo, che nella sua proposta ci sia un inganno o forse non si sente adatto a questa missione. In ogni caso è preso dalla paura. A volte abbiamo anche noi un’idea di un Dio tremendo, che sta lì pronto a rimproverarci. Allora anche noi abbiamo paura. Invece il Signore ci ama e pone la sua fiducia in noi

Il servo segue la mentalità che a volte anche noi seguiamo: Signore, non ho fatto nulla di male. Non conta il male che non hai fatto, conta il bene che non hai compiuto. Il padrone ci chiede di moltiplicare i beni che ci ha dato non vuole che siamo passivi.

Gesù nel Vangelo ci ha detto. Ama il prossimo, compi opere buone, non essere passivo. Il Signore ci vuole attivi, dinamici.

Che cosa faremo del Vangelo (dono) cha abbiamo ricevuto? Lo custodiremo in una biblioteca, oppure lo faremo fruttificare?

È la provocazione di questa domenica: Non dobbiamo nascondere in una buca, per paura, tutti i beni che il Signore ci ha affidato. Egli stesso ci dice alla fine del Vangelo che a chi più ha, più sarà dato. A chi più ama, a chi più produce, sarà dato ancora di più. A chi non ha, sarà tolto anche quel poco che ha.

L’invito è a moltiplicare i beni che il Signore ci ha dato con le parole e con le opere.

In qualche modo questo servo si trova nella nostra situazione, anche noi viviamo un tempo di paura per il coronavirus, siamo presi dalla paura, dei contatti, dei rapporti, siamo presi da questo timore. La malattia più diffusa, non è il coronavirus, è la paura. È la paura che ha preso il nostro cuore e che ci blocca, ci paralizza, non ci fa vivere da fratelli, non ci apre alla solidarietà.

È questo il nemico contro di cui dobbiamo lottare oggi, forse più del coronavirus. Il servo è rimasto bloccato dalla paura e non prede parte alla gioia del suo Signore.

Che la paura non ci prenda, in questo giorno, che la paura possa essere sconfitta dalla fiducia che abbiamo nel Signore e dalla condivisione che abbiamo con i fratelli.

Concludo con un passo brevissimo dell’enciclica di Papa Francesco Fratelli tutti (n.17): abbiamo bisogno di costituirci in un “noi” che abita la Casa comune.

Questo noi è anche il servizio che le nostre comunità attraverso le Caritas compiono. Occorre che non da soli, perché da soli abbiamo paura ma insieme possiamo sconfiggere l’indifferenza, il chiudersi per non aprirsi al fratello. La paura possiamo sconfiggerla soltanto se insieme costituiamo gruppi, comunità, servizio Caritas, solo insieme possiamo oltrepassare la situazione che stiamo vivendo.

Sconfiggere la paura e aprirci alla gioia che il Signore ci vuole dare, come l’ha data ai servi che hanno moltiplicato i suoi beni.

 

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